La Parola del Vescovo

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Monsignor Guido Mazzotta è tornato alla Casa del Padre

  Monsignor Guido Mazzotta è tornato alla Casa del Padre. Il vescovo di Lamezia Terme, monsignor Serafino Parisi, insieme al Clero, religiosi, religiose, diaconi ed a tutto il popolo di Dio, si uniscono in preghiera per la sua anima. Docente all’Istituto Teologico Calabro “S. Pio X” negli anni ’80 e al Liceo Classico “Francesco Fiorentino” di Lamezia Terme, in seguito Professore ordinario di Metafisica e Teologia filosofica e Decano della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Urbaniana, Cappellano capo del Gran Priorato di Roma dell’Ordine di Malta, Relatore nella causa di beatificazione di S. Paolo VI, Assistente nazionale della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana), don Guido, nonostante vivesse a Roma da anni, è rimasto legato alla Diocesi di Lamezia Terme alla quale non ha mai fatto mancare la sua attenzione e la sua vicinanza. Numerosi i suoi contributi per la crescita spirituale e culturale del territorio. Non ultimo il convegno di studi Mariologici svoltosi a Curinga, suo paese natale, nell’ottobre 2024 in occasione del 170/mo anniversario della proclamazione del Dogma dell’Immacolata Concezione e 70/mo anniversario dell’incoronazione della statua della Beata Vergine Maria Immacolata, alla presenza, tra gli altri, del cardinale Fortunato Frezza e del Vescovo Parisi. Le esequie si terranno a Roma, domani mercoledì 14 ottobre, alle ore 16 nella chiesa di S. Maria ai Monti e la messa di suffragio a Curinga, dove sarà sepolto, il 15 alle ore 16. The post Monsignor Guido Mazzotta è tornato alla Casa del Padre first appeared on Lamezia Nuova.

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“Se vogliamo riparare la città degli uomini dobbiamo fortificare il santuario della nostra umanità”

“San Francesco viene ricordato dopo 800 anni perché, in una Chiesa che andava riformata, il tempio che ha edificato, il santuario che ha riparato è stato innanzitutto quello della sua vita:si è lasciato riparare lui, ha fatto entrare il Dio di Gesù Cristo dentro la sua esistenza e, avendo fortificato la sua vita, ancora oggi il suo ruolo profetico ci dice che se vogliamo riparare la città degli uomini dobbiamo fortificare il santuario della nostra umanità”. Questo uno dei passaggi dell’omelia che il vescovo, monsignor Serafino Parisi, ha pronunciato ieri sera durante la Santa Messa, da lui presieduta, nel santuario di Sant’Antonio, in occasione della festa di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. Il Vescovo ha poi parlato della “grande testimonianza che ci dà il poverello d’Assisi. Anche lui – ha detto -, nella sua vita si lascia convertire da chi nessuno avrebbe mai voluto abbracciare: il lebbroso. Nella Bibbia, la lebbra non era soltanto una malattia personale, individuale, era anche una malattia sociale, perché chi era lebbroso doveva suonare le campane per avvisare del suo arrivo. C’era, cioè, l’impossibilità di vivere relazioni. Quindi, la lebbra era davvero l’emblema della malattia non invalidante, di più! Eppure, Francesco si lascia interrogare da quell’essere umano di per sé non solo insignificante, ma addirittura che faceva ribrezzo. Dio nella vita di questo ragazzo di buona famiglia arriva in una modalità che nessuno può immaginarsi. Perché lo stile di Dio, è quello di entrare dentro le pieghe riposte della nostra umanità che, se si aprono al mistero, fanno grandi cose”. Monsignor Parisi, quindi, fatto riferimento ad un testo nella Bibbia che, tratto dal libro del Siracide potrebbe essere applicato anche a San Francesco, dove, ad un certo punto, si fa la lode di un personaggio che aveva riparato il tempio e aveva consolidato il santuario, scavando un pozzo per l’acqua grande come il mare perché doveva impedire l’assedio e la caduta del popolo, fortificando la città. “Che cosa vuol dire fortificare la città – ha chiesto al riguardo il Vescovo – ? Certamente noi guardiamo agli aspetti materiali perchè abbiamo bisogno di strutture, di strade, di collegamenti, di scuole. Soprattutto, però, abbiamo bisogno di relazioni. Ed è quello che San Francesco ha voluto testimoniare con la sua vita diventando, per questo, profeta. Ed in questo senso viene celebrato come patrono dell’Italia per dire che compito di tutti noi, proprio come per impedire la caduta del popolo, fortificando l’attività per affrontare l’assedio, è quello di costruire delle relazioni. Non una città con tutte le strutture ma senza vita, senza uomo, senza persone che si riconoscono, che si danno da fare, che cercano di costruire e, da soli, essere protagonisti del loro futuro. Noi abbiamo la caratteristica che quando ci mettiamo a piangere piangiamo bene e quando piangiamo assolviamo noi stessi perché la colpa è sempre degli altri. Funziona così. A volte è vero. Ma dobbiamo essere noi i protagonisti”. Per monsignor Parisi, oggi, “il deficit sta nella nostra umanità. Non siamo più umani. Non vediamo il cristianesimo come grande parola di redenzione, di glorificazione. Dio in Gesù Cristo sceglie di entrare dentro l’umanità per mettere dentro ognuno di noi un segno. E la vera umanità è quella segnata da questo segno divino che dice che ognuno di noi deve essere dell’altro fratello, operatore di pace, e fare di questo lo scopo della nostra vita”. Un messaggio, quello del poverello di Assisi che vedeva proprio nel fare la volontà di Dio la sua gioia che, ancora oggi, è attuale: “Dopo 800 anni – ha concluso il Vescovo – Francesco è vivo con la sua profezia, cioè provoca ancora oggi e dobbiamo lascarci provocare. Abbiamo bisogno di vite gioiose per creare relazioni belle e città vivibili. Gli amministratori sono chiamati a fare questo, ma anche ognuno di noi”. Al termine della santa Messa, il sindaco di Lamezia Terme, Mario Murone, presente alla funzione religiosa insieme ad alcuni assessori, ha letto la preghiera di affidamento della città a San Francesco.   Saveria Maria Gigliotti The post “Se vogliamo riparare la città degli uomini dobbiamo fortificare il santuario della nostra umanità” first appeared on Lamezia Nuova.

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“Che la vostra nave vada lontano. Che sia la “vostra” nave e voi a condurla”

  Carissime ragazze e cari ragazzi, con il mio augurio di “buon anno scolastico” per questa volta voglio infrangere le regole della consuetudine presentandolo come una vera e propria provocazione. Parto, pertanto, da un’opera classica, potente quanto attuale, riscoperta dal vasto pubblico in queste ultime settimane, grazie alla riproposizione cinematografica fatta dal regista Christopher Nolan: l’Odissea. Non entro nell’analisi critica del film, molto divisivo secondo il parere di alcuni esperti, ma colgo la domanda che la narrazione, pur appartenente a un mondo lontano dal nostro, pone a tutti noi, sorprendendoci con la sua schietta attualità. Questa, direi, è l’ovvia peculiarità dei capolavori classici. Per la precisione, mi concentrerò soltanto sul Canto XII, quello delle Sirene, reso da Nolan un’occasione per la profonda introspezione dell’eroe. In primis egli dubita della bontà delle proprie gesta, evidentemente perché la sua brama di conoscenza di ogni cosa, assecondata dal canto delle Sirene alle quali era noto il passato e il futuro, lo porta a prendere coscienza della tragicità dei risultati delle sue imprese, contemplando quasi il non senso delle azioni eroiche che adesso egli biasima e che inesorabilmente ripeterà nell’avvenire. Si tratta di una forma strana di nòstos… ma ci può stare. Però, nonostante ciò, la rivisitazione della vita pregressa non potrà mai negare che l’impostazione dell’esistenza di Odisseo (l’Ulisse dei latini) è stata pensata come una progressione nella via della conoscenza realizzata “per addizione”, di sorpresa in sorpresa, inclusa l’esperienza sconsigliatissima dell’ascolto del canto di quelle suadenti strane creature. Odisseo sa già, perché avvertito da Circe, che il loro irresistibile canto ha condotto tanti alla rovina. L’ascolto della loro voce porta con sé il rischio di fermarsi, di piegare anche la più forte volontà, di dimenticare il viaggio, di perdere la rotta e pure la vita. I cadaveri disseminati sugli scogli ne sono la prova lampante. Ma la tentazione del sapere assoluto esercita un’attrazione fatale in tutti gli esseri umani: la consapevolezza delle azioni passate ma, soprattutto, la conoscenza della sorte futura nasconde un fascino seduttore. Vedere il confine pericoloso tra il mortale e ciò che lo supera è un’ulteriore sfida da cogliere. Odisseo vuole tutto ciò! Egli è, infatti, l’uomo (sia eroe che antieroe) che strappa il velo del timore (greco, ma anche biblico, dunque universale) del fascino di una conoscenza che supera i limiti dello stesso essere umano. Ecco quindi che escogita un piano: tappa con la cera le orecchie dei suoi compagni dando loro l’ordine di legarlo all’albero Maestro della nave e di non liberarlo per nessun motivo. La scena è potente, perché Odisseo non dice: “Non voglio ascoltare”, egli dice: “Voglio ascoltare, ma non voglio cedere”. Odisseo vuole continuare a vivere e vuole assolutamente e fortemente tornare a casa. Le Sirene promettono il sapere, toccando un tema che è un must perenne, quello della conoscenza del bene e del male collocato anche all’inizio della narrazione della Bibbia. Quando l’uomo sceglie e decide di valicare i confini, deve essere disposto a cambiare la sua condizione, perché “una conoscenza completa consuma chi cerca di possederla”. La Verità supera i limiti dell’esperienza e dunque della comprensione umana, eppure spinge verso il loro superamento, sapendo già che la consapevolezza di alcune conoscenze non è compatibile con la condizione mortale. È proprio accettando il limite che si esprime e si coglie la grandezza dell’uomo. Essere liberi significa anche valutare e vagliare consapevolmente i propri limiti per non diventare schiavi di ciò che ci seduce. E Odisseo mostra qui tutta la forza dell’autodisciplina: solo riconoscendo la propria fragilità è capace di darsi le regole per rimanere sulla rotta, per giungere alla meta. Il limite non è sempre il nemico della libertà, a volte è proprio ciò che la rende possibile. Odisseo sa che ci sono “canti” che non si possono ascoltare senza conseguenze. Ecco perché si fa legare. Conoscere ha un prezzo e il desiderio del sapere si compie restando legati ai punti fermi che sembrano limitare la libertà e che invece consentono di comprendere senza rimetterci la vita, tenendoci ancorati al porto sicuro, quello che chiamiamo casa. E dunque ecco la domanda: dato che ogni epoca ha le sue Sirene, per trasformare il mito in una promessa concreta di libertà e conoscenza, quali sono le Sirene alle quali dare ascolto “sub conditione” proprio mentre abbiamo accesso a una quantità sterminata di informazioni? Quelle che ci offrono l’illusione dell’onnipotenza? Quelle che ci possono rendere dipendenti mentre crediamo di scegliere? Quelle che sussurrano che è possibile uno sviluppo – umano, sociale e culturale – senza un effettivo progresso? Così intitolerei la lezione che gli insegnanti potrebbero riproporre agli studenti: «Imparare ad ascoltare senza farsi dominare». La scuola, infatti, non è chiamata a tappare le orecchie, la sua missione anzi punta ad aprirle al massimo per favorire l’ascolto ad oltranza. Ragazzi, nessuno vi dovrà e potrà convincere di essere già arrivati alla conoscenza assoluta. Per questo motivo ascoltate sempre chi sa mettervi nel cuore una sana inquietudine, chi sa collocarvi davanti a domande cui è impossibile rispondere con un click. Ascoltate chi vi fa scoprire e, soprattutto, chi vi fa prendere coscienza che “non sapete”, non per umiliarvi, ma per spronarvi a studiare e farvi venire la voglia di apprendere. La scuola vi insegnerà a riconoscere le Sirene per comprendere quale sia il vostro canto tentatore e irresistibile. Omero continua a chiedere: che cosa siete disposti ad ascoltare? Che cosa vi incanta? Che cosa vi rende liberi? E che cosa, invece, vi lega? Salite, allora, sulla nave, contemplando la vastità del mare ancora ignoto. Ci saranno tempeste e bonacce e Sirene, tante e bellissime Sirene. Lanceranno il loro canto suadente propagandando comodità, successo, oppure paura o consenso o conoscenza. Ascoltatele, però chiedetevi: «Chi sta cantando»? «Che cosa mi sta promettendo»? «Dove mi vuole portare»? «Sono ancora io a scegliere»? «Sono ancora io a tenere il timone»? Perché la libertà non consiste nel non sentire nessun canto. La libertà consiste nel poterlo ascoltare senza perdere mai la rotta verso casa. Desiderate l’aurora! Si realizzerà in questo modo

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“Maria è segno di ciò che è possibile e la sua beatitudine contagia ognuno di noi”

“Maria è una di noi, una creatura, e la beatitudine di Maria è una beatitudine che contagia ognuno di noi” perché “Maria è segno di ciò che è possibile”. Questo, uno dei passaggi centrali dell’omelia pronunciata ieri sera dal vescovo, monsignor Serafino Parisi, nella Santa Messa vespertina della vigilia della festa dell’Assunzione officiata nel santuario della Madonna di Dipodi in Feroleto Antico. Partendo dal Vangelo del giorno, monsignor Parisi, ha sottolineato che “la salvezza che Dio ha già operato per ognuno di noi è possibile per ogni creatura” e “questa è l’assunzione, cioè c’è l’elevazione della nostra umanità fin dentro il mistero di Dio. E questa è una cosa che è provocatoria per ognuno di noi perché non abbiamo scuse”. Infatti, “Maria non è irraggiungibile. L’evangelista Luca ci dice che non è irraggiungibile in quanto la sua è una beatitudine che interessa ognuno di noi perché ognuno di noi, nella sua carne mortale, ha la speranza di essere rivestito di immortalità” ed è “in questo senso che Maria è segno di consolazione e di sicura speranza” perché “l’espressione della fede, la possibilità di vivere la fede è offerta a tutti allo stesso modo. Quindi, Maria è questo segno di una umanità che può – e in Lei è già arrivata in Dio – ma è raggiungibile non irraggiungibile. È raggiungibilissima se, appunto, accogliendo la provocazione del Vangelo, noi ascoltiamo la parola di Dio e la mettiamo in pratica perché la fede è esattamente questo: ‘sia fatta, Signore, la tua volontà’, che è stata l’espressione iniziale di Maria, la dichiarazione della sua disponibilità, della sua docilità alla volontà di Dio (‘Eccomi sono la serva del Signore avvenga di me secondo la tua parola’)”. La fede, quindi, altro non è che “poter costruire la nostra vita sulla roccia della parola – ha aggiunto il Vescovo -, della volontà di Dio che è per noi una volontà di bene anche quando noi non riusciamo a comprendere i modi con i quali il Signore ci tratta. A volte ci sembrano modi bruschi, caustici, incomprensibili: ‘un uomo non si comporta così, un padre non si può comportare così’ – glielo diciamo – . A volte ci sentiamo anche abbandonati ‘Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato?’. È difficile comprendere la volontà del Signore. Però, dentro la volontà di Dio attraverso il percorso, a volte davvero tortuoso della nostra vita, si deve realizzare la salvezza che è già operativa: c’è bisogno soltanto, come Maria, di essere disponibili a compiere la sua volontà: accogliere la pro-vocazione, cioè la vocazione a fare, a costruire qualche cosa sullo stile di Maria, che è quello della forza e della tenerezza, e sullo stile di Gesù, che è quello dell’amore, l’amore che vince tutto anche la morte. E, quindi, le tracce della umanità che passa attraverso il mistero della morte sono recuperate in Dio e vestite di immortalità: questo è il nostro punto di arrivo, la meta verso la quale ognuno di noi deve correre. E, quindi che cosa si fa sulla terra? Quello che ha fatto Maria: docilità alla volontà di Dio, pratica della parola del Signore che è sempre una parola di carità, di amicizia, di pace, di costruzione di relazioni belle, capaci di sostenere la storia anche nei momenti più bui, più tragici, più brutti della esistenza di tutta l’umanità”. Da qui l’augurio che la festa dell’Assunzione “sia davvero la celebrazione di un’umanità che aspira ad essere in Dio come già in Maria”.   Saveria Maria Gigliotti The post “Maria è segno di ciò che è possibile e la sua beatitudine contagia ognuno di noi” first appeared on Lamezia Nuova.

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Comunicazione nomine dalla Cancelleria Vescovile

Com’è ormai diventata consuetudine, nel giorno in cui la Chiesa fa memoria del Santo Curato D’Ars, Patrono dei parroci, il vescovo, monsignor Serafino Parisi, dopo un’attenta fase di ascolto e di confronto con i sacerdoti interessati, ha proceduto alla nomina di alcuni nuovi parroci di cui segue la comunicazione della Cancelleria Vescovile. Sono più di 40 (comprese le nuove nomine oggi annunciate) i sacerdoti che in questi anni (senza considerare i vice parroci) si sono avvicendati alla guida delle parrocchie di: Accaria di Serrastretta e Cardolo di Feroleto Antico, Amato, Cattedrale Santi Pietro e Paolo in Lamezia Terme, Conflenti, Curinga, Decollatura, Fronti e Zangarona di Lamezia Terme, Gizzeria, Jacurso, Magolà di Lamezia Terme, Maida, Marcellinara, Pianopoli, Pietà in Lamezia Terme, Pratora di Tiriolo, San Francesco da Paola e San Pancrazio in Lamezia Terme, San Giovanni Battista in Lamezia Terme, San Giovanni Calabria in Lamezia Terme, San Mango d’Aquino, Santa Maria degli Angeli in Lamezia Terme, Tiriolo, Vena di Maida. Chiese alle quali vanno ad aggiungersi le Rettorie: Sant’Agostino in Pianopoli, Santa Chiara in Lamezia Terme, Madonna di Dipodi in Feroleto Antico, Santa Caterina in Lamezia Terme, Beata Vergine Addolorata in Lamezia Terme. Nomine, queste, alle quali si aggiungeranno, entro i sei anni dall’arrivo di monsignor Parisi, per come il Vescovo, secondo una sua realistica previsione, ha più volte sottolineato, i parroci con più di nove anni di nomina, tra i quali quelli che esercitano il loro ministero nella città di Lamezia Terme (si consideri che in 4 anni sono già cambiati 10 parroci su 22 parrocchie cittadine). Prosegue, quindi, l’opera di rinnovamento alla guida delle parrocchie diocesane in quella ottica di “ordinaria continuità tra fratelli che sono tutti al servizio dello stesso Bene”. s.m.g.   La Cancelleria Vescovile comunica che Sua Eccellenza Mons. Serafino Parisi ha provveduto alle seguenti nomine: in data 4 agosto 2026, il Rev.do Nahum Alberto Emilio Bardomiano, Amministratore Parrocchiale delle Parrocchie “Sant’Andrea Apostolo” e “San Nicola di Bari” e Rettore della Basilica Minore “Maria SS.ma delle Grazie della Quercia di Visora” in Conflenti; in data 4 agosto 2026, il Rev.do Nahum Alberto Emilio Bardomiano, Amministratore Parrocchiale della Parrocchia “Santa Maria Assunta” in Martirano; in data 4 agosto 2026, il Rev.do Francesco Farina, Amministratore Parrocchiale della Parrocchia “San Tommaso D’Aquino” in Falerna; in data 4 agosto 2026, il Rev.do Antonio Peppino Stranges, Parroco delle Parrocchie “San Giovanni Battista” e “Santissima Annunziata” in Nocera Terinese; in data 4 agosto 2026, il Rev.do Michele Palmeri, Parroco della Parrocchia “San Pietro Apostolo” in San Pietro Apostolo; in data 4 agosto 2026, il Rev.do Biagio Palmeri, Parroco delle Parrocchie “S. Bernardo e B.V. del Carmine”, “Santa Maria Assunta” e “Maria Santissima Addolorata” in Decollatura; in data 4 agosto 2026, il Rev.do Pasqualino Gualtieri, Parroco della Parrocchia “Santi Antonio Abate e Francesco di Paola” in Falerna Marina; in data 4 agosto 2026, il Rev.do Pasquale Fabio Coppola, Amministratore Parrocchiale della Parrocchia “Santa Lucia” in Miglierina;  in data 4 agosto 2026, il Rev.do Giuseppe Critelli, Amministratore Parrocchiale della Parrocchia “San Tommaso D’Aquino” in San Mango D’Aquino;  in data 4 agosto 2026, il Rev.do Andrea Giovanni Cefalà, Vicario Parrocchiale delle Parrocchie “Santa Maria Maggiore” e “San Domenico” in Lamezia Terme; in data 4 agosto 2026, il Rev.do Giuseppe Bernardini, Vicario Parrocchiale delle Parrocchie “S. Bernardo e B.V. del Carmine”, “Santa Maria Assunta” e “Maria Santissima Addolorata” in Decollatura e della Parrocchia “San Pietro Apostolo” in San Pietro Apostolo;  in data 4 agosto 2026, il Rev.do Giuseppe Gigliotti, Parroco della Parrocchia “San Teodoro” in Lamezia Terme; in data 4 agosto 2026, il Rev.do Pasquale De Fazio, Vicario Parrocchiale della Parrocchia “Beata Vergine del Rosario” in Lamezia Terme e Presidente IDSC; in data 4 agosto 2026, il Rev.do Fr. Giovanni Loria, O.F.M.Cap., Parroco della Parrocchia “Santa Maria degli Angeli” in Lamezia Terme; in data 4 agosto 2026, il Rev.do Fr. Domenico Morello, O.F.M.Cap., Vicario Parrocchiale della Parrocchia “Santa Maria degli Angeli” in Lamezia Terme; in data 4 agosto 2026, il Rev.do Fr. Joby James Poruthur, O.F.M.Cap., Vicario Parrocchiale della Parrocchia “Santa Maria degli Angeli” in Lamezia Terme;  in data 4 agosto 2026, il Rev.do Sergio Gigliotti, Legale Rappresentante delle Parrocchie “Sant’Andrea Apostolo” e “San Nicola di Bari” in Conflenti e della Parrocchia “Santa Maria Assunta” in Martirano. Le suddette nomine entreranno in vigore dal 1⁰ settembre 2026 e l’ingresso nelle Parrocchie sarà concordato con le rispettive Comunità a partire da quella data e comunicato per tempo. Si comunica inoltre che: dal 1⁰ settembre 2026, il Rev.do Michal Ignacy Siler, a motivo dell’oggettiva vicinanza di tali zone al limitrofo Comune di Martirano Lombardo, si occuperà anche della cura pastorale delle Comunità di San Mazzeo (Conflenti) e San Gennaro (Martirano). Contemporaneamente Mons. Vescovo ha disposto che la Chiesa di Sant’Anna in S. Mazzeo possa custodire i propri “libri parrocchiali” e possa ospitare ordinariamente la celebrazione di tutti i Sacramenti per i fedeli che appartengono a tale zona pastorale. Dal 1⁰ settembre 2026 il Diacono Paolo Fusto svolgerà il suo servizio nella Parrocchia “Maria SS delle Grazie” in Lamezia Terme. Dal 16 settembre 2026, il Rev.do Francesco Santo lasciando il servizio pastorale delle Parrocchie “Santa Maria Assunta” e “Maria Santissima Addolorata” in Decollatura, si dedicherà, su concessione di Mons. Vescovo, a un anno di studio continuando a prestare il proprio servizio pastorale in Diocesi. Il Rev.do Francesco Bellomo, avendo ricevuto risposta affermativa alla domanda presentata all’Ordinariato Militare in Italia, resta in attesa di disposizioni da parte dell’Ordinario Castrense. Nel comunicare le nuove nomine, Mons. Serafino Parisi ringrazia quanti hanno finora prestato il loro competente e appassionato servizio, mentre augura ai nuovi incaricati un ministero dedito e fecondo, per il bene della Comunità diocesana.   Don Marco Mastroianni, Cancelliere Vescovile   The post Comunicazione nomine dalla Cancelleria Vescovile first appeared on Lamezia Nuova.

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Gli obiettivi del prossimo anno pastorale

  Avvio del Centro culturale diocesano all’interno del quale prevedere sia attività di inclusione che iniziative contro la dispersione scolastica per chi ha difficoltà e in particolare per persone con bisogni educativi speciali; concretizzazione del centro diocesano di ascolto per le persone fragili o con disabilità per facilitare anche alcuni percorsi (la cui realizzazione era stata annunciata dal Vescovo, monsignor Serafino Parisi, al termine della seconda giornata Diocesana insieme alle persone con disabilità del 27 giugno scorso); riorganizzazione degli ambiti professionali (commercialisti, medici, giuristi e docenti cattolici). Questi, in sintesi, gli obiettivi fissati nella due giorni di programmazione dell’anno pastorale 2026/2027 che la Diocesi di Lamezia Terme si prefigge per il prossimo futuro. Tutto ciò senza perdere di vista quelli che sono stati i propositi dello scorso anno (pastorale familiare; pastorale giovanile; catechesi per persone con disabilità) che, dopo il loro avvio, saranno ulteriormente potenziati, ad esempio, con la ristrutturazione del consultorio familiare, l’intensificazione degli incontri con i giovani aggiungendo la fascia di età dai 20 ai 35 anni con un orario serale a loro più consono, il rafforzamento del percorso di formazione. A tale proposito, secondo una visione unanime, c’è da liberare la partecipazione attiva e costante alla Scuola biblica e alla Scuola per i ministeri da un mero riconoscimento “istituito” del servizio all’interno della pastorale diocesana, per riscoprire, formandosi a tale sfida e per questa attesa, il “ministero” del laico da vivere con professionalità, competenza e coerenza nella quotidianità. Una Chiesa, quindi, che intende parlare con il territorio ed alla società diventando propositiva nella costruzione di una comunità più a misura d’uomo, guardando soprattutto a quelle fasce cosiddette fragili che, spesso, vivono ai margini, non per volontà propria. Nella due giorni, durante la quale il Vescovo, che ha fortemente voluto questo momento sin dal suo insediamento, i Vicari Foranei ed i direttori degli Uffici di Pastorale, si sono confrontati su quello che deve essere oggi il ruolo di una Chiesa sempre più in uscita che, però, non deve perdere di vista la sua missione evangelizzatrice di cui i laici devono essere e diventare corresponsabilmente parte attiva. Da qui la necessità di incontrare, oltre che il Consiglio pastorale Diocesano, anche la Consulta delle aggregazioni laicali in uno scambio di opinioni che ha visto la partecipazione di variegate componenti della società da cui sono emerse proposte ed idee, specialmente su cosa significhi oggi essere testimoni di fede in una società che registra forti cambiamenti e contraddizioni. Ecco perché, in questo contesto, è fondamentale la formazione, su cui, tra l’altro, lo stesso monsignor Parisi ha puntato sin dal suo arrivo in Diocesi, e su cui la Chiesa lametina deve e vuole investire ritenendola centrale nella vita di ogni credente, valorizzando gli indirizzi della dottrina sociale della Chiesa. Una vera e propria sfida, quindi, alla quale la Chiesa di Lamezia Terme non intende rinunciare, mettendo a disposizione quei talenti che, spesso, sono nascosti, senza timore e recuperando il concetto della missionarietà “quotidiana”.   Saveria Maria Gigliotti The post Gli obiettivi del prossimo anno pastorale first appeared on Lamezia Nuova.

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Reliquia San Josemaría Escrivá accolta in Santuario San Giovanni Paolo II

Un intenso momento di fede e di comunione si è vissuto nei giorni scorsi nel Santuario San Giovanni Paolo II a Cardolo di Feroleto Antico, in occasione della festa di San Josemaría Escrivá, fondatore dell’Opus Dei. La Santa Messa è stata presieduta da monsignor Serafino Parisi, Vescovo di Lamezia Terme, e concelebrata da don Alfonso Guijarro Garcia, sacerdote della Prelatura dell’Opus Dei, da don Marco Mastroianni e da don Francesco Benvenuto. La celebrazione ha visto la partecipazione di numerosi fedeli e la presenza di autorità civili e militari. Tra le autorità civili erano presenti i Sindaci dei Comuni di Gizzeria, Serrastretta e Feroleto Antico. Hanno preso parte alla cerimonia anche rappresentanze delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate: il Comando dei Carabinieri di Lamezia Terme, la stazione dei Carabinieri di Pianopoli, il Comando di Polizia e il 2° Reggimento Aves “Sirio”. Un momento particolarmente significativo si è vissuto all’inizio della celebrazione, quando don Alfonso Guijarro Garcia ha consegnato la reliquia del Sangue di San Josemaría nelle mani del Sindaco del Comune di Feroleto Antico, territorio nel quale è collocato il Santuario. Il Sindaco ha quindi deposto la reliquia nell’apposita teca, dove resterà custodita in modo permanente, quale segno di devozione e di memoria spirituale per tutta la comunità. Nell’omelia, monsignor Serafino Parisi ha posto al centro della riflessione l’importanza del “ministero” del laicato, tema profondamente legato anche allo spirito dell’Opus Dei e alla testimonianza di San Josemaría. Il Vescovo ha richiamato la necessità di riscoprire il ruolo dei laici nella vita della Chiesa e del mondo. Il laico non è un semplice destinatario dell’azione pastorale, né uno spettatore della vita ecclesiale, ma un battezzato chiamato a vivere in pienezza la propria vocazione cristiana dentro la storia, nelle realtà ordinarie della vita quotidiana. In questa prospettiva, il “ministero” del laicato non va inteso soltanto come un servizio svolto all’interno degli ambienti ecclesiali, ma come una vera e propria responsabilità cristiana vissuta nel mondo: nella famiglia, nel lavoro, nella scuola, nella società, nella politica, nelle istituzioni, nella cultura e in ogni ambiente in cui l’uomo è chiamato a operare. È proprio qui che emerge con forza l’attualità del messaggio di San Josemaría: la santità non è riservata a pochi, ma è unachiamata universale. Ogni cristiano è invitato a cercare Dio nelle occupazioni ordinarie, trasformando il lavoro, le relazioni, gli impegni familiari e sociali in occasione di incontro con il Signore e di servizio ai fratelli. Il Vescovo ha sottolineato come questa consapevolezza sia oggi particolarmente necessaria. La Chiesa ha bisogno di laici maturi, corresponsabili, capaci di portare il Vangelo nei luoghi concreti della vita. La testimonianza cristiana non si esaurisce nella partecipazione alla liturgia, pur essendo questa fonte e culmine della vita di fede, ma continua nel quotidiano, nelle scelte, nello stile di vita, nella capacità di costruire relazioni giuste, solidali e aperte al bene comune. Questo tema, richiamato anche nei recenti lavori del Consiglio Permanente della Cei, invita tutta la comunità ecclesiale a guardare con rinnovata attenzione alla vocazione dei laici. Essi sono chiamati a essere presenza viva della Chiesa nel mondo, segno concreto di una fede che illumina la vita e che diventa responsabilità, servizio e testimonianza. Alla luce dello spirito dell’Opus Dei, l’omelia ha dunque ricordato che ogni ambiente umano può diventare luogo di santificazione.La vita ordinaria, se vissuta con fede, diventa spazio in cui Dio chiama, accompagna e opera. La famiglia, il lavoro, le istituzioni ela società non sono realtà lontane dal Vangelo, ma luoghi nei quali il cristiano è chiamato a rendere visibile la presenza di Cristo. La presenza della reliquia del Sangue di San Josemaría, ora custodita stabilmente nel Santuario, rappresenta per la comunità un dono prezioso e un invito permanente alla preghiera, alla fedeltà e alla testimonianza cristiana. Essa richiama tutti a vivere la fede non come qualcosa di separato dalla vita, ma come forza capace di orientare ogni scelta, ogni responsabilità e ogni servizio. In questo senso, la festa di San Josemaría è stata non solo una celebrazione liturgica, ma anche un’occasione per rinnovare l’impegno di ciascuno a vivere il Vangelo nella concretezza della propria quotidianità. Anselmo Scalise The post Reliquia San Josemaría Escrivá accolta in Santuario San Giovanni Paolo II first appeared on Lamezia Nuova.

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“Armonizziamo le differenze e combattiamo la buona battaglia del bene comune”

Un accorato appello alla città e al territorio lametino ad “armonizzare le differenze”, a sentirsi “un’unica città”, a condurre insieme “la buona battaglia per il bene comune”, quello del vescovo di Lamezia Terme Mons. Serafino Parisi che, in Cattedrale, ha presieduto la celebrazione conclusiva della festa dei Santi Pietro e Paolo, Patroni della città e della diocesi lametina, durante la quale il sindaco Mario Murone ha rinnovato l’affidamento della comunità attraverso la consegna simbolica del plastico tra le mani di S. Pietro. Partendo proprio dalla figura e dalla testimonianza dei due apostoli, “due personalità estremamente diverse tra loro eppure entrambe colonne della Chiesa che non potrebbe reggersi senza una delle due”, Parisi ha parlato del messaggio che “la solennità di oggi propone a credenti e non credenti: l’armonizzazione delle differenze. Non c’ è possibilità di schierarsi o con Pietro o con Paolo. La Chiesa mette insieme due figure completamente diverse perché attraverso entrambe il credente entra nella storia e serve la storia. Si serve la storia come ha fatto il Signore, che non è entrato nel mondo mostrando i muscoli, ma nella fragilità e ha manifestato dalla Croce la grandezza del suo progetto d’amore. La nostra esistenza deve fare i conti con i nostri limiti. Pensiamo a Pietro: ha rinnegato Gesù ma è il Signore stesso che lo ristabilisce nella fiducia per fargli capire che non è sulle qualità umane che si fonda la Chiesa, ma sulla misericordia che viene da Dio”. Ecco quindi – ha proseguito il vescovo lametino – “lo stile con cui siamo chiamati a servire il mondo che è lo stile di Dio: non quello della prepotenza e della sopraffazione, ma quello della disponibilità e dell’apertura ai bisogni reali delle persone. Da qui occorre partire per costruire la nostra comunità, la polìs, la civitas fatta, l’urbs fatta di strade e la città fatta soprattutto di persone e di relazioni”. “Credo – ha rimarcato Parisi – che la grande zavorra di Lamezia sia l’incapacità strutturale di pensarsi come una città unica. Fin quando non si farà questa fusione d’intenti saremo costretti a giocare con i nostri particolarismi, a perdere tempo con i campanilismi. Armonizzare le differenze significa per la nostra città fare davvero un passo avanti”.       Prendendo spunto dalla vicenda di Pietro, liberato dalle catene della prigionia, il presule ha ricordato come “Signore, che ha distrutto le catene di Pietro, viene a rompere le catene che ci tengono prigionieri in questo nostro contesto sociale e culturale. A cominciare dalla grande catena della rassegnazione che è racchiusa in una parola: “ormai”. Ormai è la tomba dei progetti, la tomba delle speranze, la tomba di tutti i progressi. E’ il l fatalismo, l’atarassia, che ci fa scaricare tutte le responsabilità sugli altri. Il Signore è venuto a rompere queste catene perché la salvezza operata da Dio in Gesù Cristo è un fatto concreto e si chiama liberazione. L’intervento di Dio nella storia dell’umanità ha come cifra distintiva la liberazione dalla schiavitù mentale e da tutte le forme di schiavitù culturale e sociale che ci tengono legati al passato e ci impediscono di guardare al futuro” E infine, dal vescovo di Lamezia, l’appello a “combattere anche noi, come Paolo, la buona battaglia. Paolo non parla di una battaglia qualsiasi, perché non tutte le battaglie sono buone: vale nella Chiesa, vale nella società civile. La buona battaglia è quella per il bene comune, che si affronta a partire dallo sguardo sugli ultimi. E’ la battaglia comune per rilanciare questo nostro territorio,  per farlo andare avanti. Una battaglia da combattere insieme, pur nella differenziazione delle posizioni, tutti devono sentirsi interessati a fare prevalere non le beghe personali ma il bene di tutti e di ciascuno” “Da qui si vedrà – ha concluso Parisi –  il senso del nostro essere nel mondo con la forza del Vangelo e con il nostro servizio a tutti quelli che ci stanno aspettando”. Salvatore D’Elia     The post “Armonizziamo le differenze e combattiamo la buona battaglia del bene comune” first appeared on Lamezia Nuova.

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“Il martirio di Pietro e di Paolo ci ricorda che il ministero trova il suo compimento nel dono totale di sé”

“Mentre rinnoviamo la memoria dei Santi Patroni, Pietro e Paolo, chiediamo una sola grazia: che la nostra Diocesi possa riconoscere nei suoi sacerdoti, non uomini perfetti, ma uomini totalmente attratti e innamorati di Gesù Cristo, non funzionari del sacro ma testimoni del Risorto, non amministratori di cose religiose, ma padri nella fede”. Questo uno dei passaggi dell’omelia che il Vescovo, monsignor Serafino Parisi, ha pronunciato nel corso della Santa Messa da lui presieduta in Cattedrale, alla presenza del Clero, in occasione della festa dei Santi Patroni della Diocesi e della città di Lamezia Terme. “La paternità – ha aggiunto il Vescovo – si esercita anche quando non si vede, anche quando ti porta a soffrire in silenzio, anche quando c’è la pretesa dell’altro che ti interessi a lui senza che l’altro si ponga il problema se interessarsi a te, dentro una reciprocità di scambio, di dono. La paternità si esercita anche quando sembra non accompagnare, ma che c’è quando avvia processi di coscientizzazione, di consapevolezza che nel momento della ferma decisione è stato duro dover esigere. Noi non siamo protagonisti della Chiesa, siamo servi della comunione”. Quindi, partendo dalle figure dei Santi Patroni, monsignor Parisi ha invitato a guardare a “Pietro e Paolo, uomini fragili resi grandi dalla grazia, uomini diversi resi uno dallo Spirito, uomini che hanno lasciato che Cristo edificasse attraverso la loro vita la sua Chiesa per fare realizzare pienamente la nostra vita perché questa è la volontà di Dio. La Provvidenza vuole che oggi noi non celebriamo soltanto due santi ma celebriamo la forma stessa della Chiesa perché Pietro e Paolo costituiscono due anime, ma anche due modi, due stili di essere nel mondo. Pietro e Paolo, allora sono molto di più che due figure eminenti del Cristianesimo nascente: sono la testimonianza che il Signore continua ad edificare la sua Chiesa attraverso uomini reali, veri, fragili, diversi, differenti e convertiti. Pietro e Paolo sono il segno che la santità della Chiesa non nasce dalla nostra perfezione o dalla perfezione dei ministri, nasce e si fonda unicamente sulla fedeltà di Cristo che non ritira mai la sua chiamata”. Da qui la consegna al presbiterio della “unità ecclesiale che – ha detto il Vescovo – non è uniformità dei caratteri e non è nemmeno l’omologazione delle sensibilità pastorali, dei linguaggi, dei progetti, è comunione nell’unica fede, nell’unico Signore, nell’unico Ministero ricevuto. Non bisogna andare lontano”. Una comunione che, “proprio per le nostre difficoltà, deve essere continuamente custodita, purificata ed a volte anche ricostruita” non dando mai niente per scontato ma avendo come bussola la domanda di Gesù “Chi dite che io sia?” che non sollecita “una visione manageriale della vita e della pastorale” perché “si possono fare delle cose, amministrare i sacramenti, correndo il rischio di non lasciarci penetrare dalla Parola, attraversare dalla buona notizia del Vangelo. Possiamo addirittura guidare le comunità bene – ha sottolineato monsignor Parisi -, magari con lo stile imprenditoriale e manageriale che non c’è richiesto, e mentre guidiamo così le comunità noi rischiamo di non farci guidare dal Signore Gesù. Il ministero nasce sempre dalla fede, dalla professione della nostra fede e la fede del ministro non è il risultato della nostra intelligenza. È un dono ricevuto. Anche noi dopo anni di sacerdozio restiamo davvero come mendicanti della rivelazione di Dio Padre. Nessuno di noi possiede Cristo Gesù, però siamo continuamente chiamati ad invocarlo per riceverlo. Questa è la nostra condizione: davvero quella dei pellegrini che si mettono alla ricerca di un Dio che c’è, che viene verso di noi, ma verso il quale anche noi dobbiamo muovere qualche passo”. “Forse noi non siamo chiamati al martirio del sangue – ha aggiunto il Vescovo -, ma ogni giorno ci è chiesto il martirio della fedeltà a quel dono iniziale, a quella parola iniziale: la pazienza con le persone, la perseveranza nella preghiera, l’umiltà dell’obbedienza, la gratuità del servizio, la carità fraterna, la speranza anche quando i frutti sembrano scarsi. Il popolo ha bisogno di ministri che conoscano la propria povertà, però dentro questa povertà abbiano sperimentato la potenza della grazia di Dio perché la credibilità del nostro ministero non nasce dall’assenza di ferite, ma dalla trasparenza con cui lasciamo che Cristo attraversi lo squarcio che si crea nella nostra carne. Per questo Pietro è la roccia, non perché sia incrollabile ma perché lascia che la propria fragilità diventi il luogo della fedeltà di Dio”. Infine monsignor Parisi ha ricordato che “mentre Pietro è incatenato, la Chiesa prega ed intercede. Forse questa pagina ci interpella profondamente come presbiterio – ha detto il Vescovo -. Dobbiamo chiederci se anche tra di noi siamo disposti ad applaudire solo l’insuccesso. Ci sosteniamo davvero anche nella preghiera oppure condividiamo soprattutto fatica, analisi, preoccupazione, talvolta anche lamentele? L’apostolo viene liberato perché c’è una Chiesa unità che non smette di pregare, di crederci, di intercedere… facendo ‘rete’. Nessun sacerdote può vivere da solo il peso del ministero e nessun confratello deve doversi sentire dimenticato perché una fraternità sacerdotale autentica non è in primo luogo organizzazione, ma è intercessione reciproca, è comunione. Non possiamo chiedere che avvenga all’esterno di noi ciò che non viviamo dentro di noi. Conservare la fede è la vera vittoria e noi allora viviamo un tempo ecclesiale che richiede molte competenze ma la storia della salvezza ci insegna che Dio rinnova sempre la Chiesa attraverso la santità. Pietro e Paolo non hanno cambiato il mondo perché erano produttivi, performativi si dice oggi, efficienti; hanno cambiato il mondo perché appartenevano interamente a Cristo”. “La nostra Diocesi oggi celebra i suoi Patroni – ha concluso monsignor Parisi – e noi non vogliamo onorarli semplicemente come delle figure del passato, vogliamo riconoscerli come padri che continuano ad indicare una strada. Da Pietro impariamo che la Chiesa custodisce l’unità senza la paura della verità, e da Paolo impariamo una Chiesa missionaria che non trattiene il Vangelo dentro confini confortevoli e rassicuranti. Da entrambi impariamo che l’amore per Cristo precede ogni altra passione ecclesiale. Quindi, forse il dono più grande che

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“Il Vangelo vissuto come servizio è la cura di coloro che sono più fragili”

“L’esempio del profeta Eliseo ci insegna che quando siamo con Dio, non ci perdiamo mai. Il Signore, nel momento opportuno, sa dare prova della sua presenza. E la prova della sua presenza è sempre l’amore che ha la sua manifestazione concreta in quel “bicchiere d’acqua fresca” dato al fratello che si trova in una situazione di necessità. L’amore di Dio passa attraverso il servizio che siamo chiamati a dare all’umanità”. Così il vescovo di Lamezia Terme mons. Serafino Parisi in un passaggio dell’omelia nel corso della celebrazione eucaristica in Cattedrale, momento culminante della Giornata Diocesana insieme alle persone con disabilità, giunta alla seconda edizione. Facendo riferimento alla liturgia della Parola della XIIIª domenica del tempo ordinario, il vescovo si è soffermato sulla vicenda di Eliseo accolto da una famiglia a Sunem “una famiglia che sceglie di fare spazio nella propria casa a un profeta, di mettersi a disposizione. Eliseo coglie la necessità di quella famiglia, il desiderio di avere un figlio. Ed è una frase che ritorna sempre nella storia della salvezza, una frase che esprime, al tempo stesso, la richiesta profonda dell’umanità e la capacità di Dio di comprendere il desiderio dell’uomo e di portarlo a compimento. Il Signore, attraverso l’esperienza del profeta, coglie la necessità dell’uomo e la esaudisce”. “Per entrare nella logica dell’amore provvidente di Dio – ha proseguito Parisi – dobbiamo vincere ogni forma di chiusura, tutto ciò che è centrato sul nostro individualismo, e aderire alla logica che Gesù esprime nel Vangelo di oggi con queste parole: chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Mettiamo al primo posto l’amore con il quale Dio abbraccia l’intera umanità. Se noi mettiamo al centro della nostra vita la logica dell’amore paterno di Dio, avviene la trasformazione. A volte ci capita di dire: chi me la fa fare? Tutto questo è troppo pesante per me! Signore, provvedi tu perché io non ce la faccio più! Il Signore coglie questa fragilità e, laddove scopre ciò che per noi è povertà, supplisce entrando nella nostra storia di uomini con la sua ricchezza. E noi, nella nostra povertà, diventiamo capaci di fare ricchi gli altri con la ricchezza stessa di Dio”. “A conclusione di questa giornata diocesana insieme alle persone con disabilità – ha concluso il presule – il Vangelo ci dà un’ indicazione fondamentale:  il Vangelo vissuto come servizio è anzitutto la cura di coloro che sono più fragili,  di coloro che hanno bisogno di noi. Alla fine scopriremo che siamo noi ad avvantaggiarci del nostro servizio ai più fragili perché la loro testimonianza di vita ci indica la strada dell’amore e della tenerezza. Il servizio agli ultimi ci fa uscire da noi stessi e ci fa mettere al primo gli altri e, quindi, l’Altro, il Signore Gesù”. A conclusione del concerto dei Controvento, che si è tenuto sul Corso Numistrano, il Vescovo, ringraziando tutti coloro che hanno collaborato all’organizzazione della seconda giornata diocesana insieme alle persone con disabilità, ha dato appuntamento al 27 giugno del prossimo anno, confermando l’importanza di un evento diocesano che apre i momenti culminanti dei festeggiamenti in onore dei Santi Patroni Pietro e Paolo. Salvatore D’Elia The post “Il Vangelo vissuto come servizio è la cura di coloro che sono più fragili” first appeared on Lamezia Nuova.

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