La Parola del Vescovo

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Il Vescovo ha presieduto rito ammissione Catecumenato

“Vi auguro che la vostra vita possa essere segnata sempre e solo dall’amore, quell’amore che ci fa dire che io sono disposto a dare la mia vita per te, come ha fatto Dio con suo Figlio per la salvezza di tutti noi”. Così il Vescovo, monsignor Serafino Parisi, nel corso del rito dell’ammissione al Catecumenato di Maria Isabel, Pietrina, Samuele, Lucrezia, Ginevra, Stella e Martino svoltosi mercoledì sera nella rettoria di Santa Chiara dopo il “primo annuncio” durante il quale, accompagnati dal parroco e dai “garanti”, si sono avvicinati alla Chiesa Cattolica. Nel corso della sua riflessione, monsignor Parisi, che ha ricordato che Dio “non è un dio vendicativo, ma è misericordioso e non è un giudice” pronto a condannare se commettiamo qualche errore, ha ricordato ai presenti che il comandamento “nuovo” che Gesù fece ai discepoli nell’ultima cena, oggi, in un mondo dilaniato da guerre di ogni genere, deve essere punto centrale della vita di ciascuno: “Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”. Appartenenti a diverse parrocchie della Diocesi (Immacolata in Amato; San Michele Arcangelo in Platania; San Giovanni Calabria e San Giuseppe Artigiano in Lamezia Terme) ciascuno con la propria storia e la propria esperienza, sono stati accolti dai fedeli con particolare commozione. Tanti i segni e la simbologia che hanno accompagnato i presenti in questo intenso momento di forte carica spirituale dalla presentazione all’ingresso in chiesa dove, dopo aver ricevuto il segno di croce sulla fronte da parte del Vescovo e sui sensi (orecchie, occhi, bocca, petto, spalle) da parte dei garanti/catechisti per “ascoltare la voce del Signore”, “per vedere lo splendore del volto di Dio”, “per rispondere alla Parola di Dio”, “perché Cristo abiti per mezzo della fede nei cuori” di ciascuno, “per sostenere il giogo soave di Cristo”, i catecumeni hanno percorso la navata, per giungere davanti all’altare dove è stata proclamata la Parola. Nel corso del rito a ciascun catecumeno è stata consegnata una copia del Vangelo che, come sottolineato da monsignor Parisi, è “la guida della nostra vita”. Quello di ieri, è stato il primo importante passo che questi catecumeni, dopo la fase di ricerca e maturazione, hanno fatto in questo cammino di conversione che, seguendo alcune tappe, li porterà a ricevere i Sacramenti. Da questo momento, quindi, come spiega Veronica Vaccaro, referente del settore per l’Ufficio catechistico diocesano, che, insieme ad Emanuela Cristiano ed a Caterina Muraca, ha aiutato in questo percorso sia i parroci che i catecumeni ed i loro garanti, “ciascuno continuerà il proprio percorso in parrocchia, dopo aver ricevuto qualche indicazione sui temi da affrontare, assistito dal parroco e dai catechisti, scegliendo man mano i tempi più adeguati per le altre tappe, potendo contare sulla collaborazione dell’ufficio catechistico, che ha in don Antonio Brando una guida fraterna e paterna, che non si sostituisce all’azione pastorale del parroco, ma è solo a disposizione qualora sia necessario un supporto”.   Saveria Maria Gigliotti The post Il Vescovo ha presieduto rito ammissione Catecumenato first appeared on Lamezia Nuova.

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“Nella nostra fragilità l’acqua è segno della presenza vitale del Signore”

“Nel progetto, nel dinamismo creativo di Dio, terra e acqua messe insieme formano l’uomo e diventano il segno evidente del passaggio di Dio dentro la vostra vita”. Così il Vescovo, monsignor Serafino Parisi, nel corso dell’omelia pronunciata in occasione della celebrazione della santa Messa in occasione dell’arrivo delle reliquie di Santa Bernadette nella chiesa del Rosario a Lamezia Terme. “Nella nostra fragilità – ha aggiunto monsignor Parisi -, nella terra, l’acqua è segno della presenza vitale del Signore: quella terra ha vita perché è bagnata dall’acqua di Dio. Anche Santa Bernadette si è abbeverata a questo pozzo immenso della misericordia e della tenerezza di Dio, manifestata nella purezza di Maria. E anche lei è diventata messaggera di questa parola che è parola di speranza. Pensate a tutti gli ammalati che sono qui, ma anche a tutti gli ammalati che vanno continuamente a Lourdes. Molti tornano a casa con la stessa malattia ma con una consapevolezza diversa: che il Signore dentro quella terra della nostra fragilità, della malattia, del limite, fa sgorgare quell’acqua pura che alimenta la nostra esistenza nei giorni che il Signore ancora ci regala. Perché la logica – ci è stato detto dal brano di oggi della Lettera ai Romani – è che la speranza non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che c’è stato donato. La nostra vita, allora, è colma, riempita dallo Spirito del Signore che nutre la speranza e che ci fa andare avanti, magari traballanti, magari spinti da altri, perché facciamo l’esperienza di essere costantemente amati dal Signore che nel deserto non ci fa mancare l’acqua della vita”.   “Il Dio di Gesù Cristo – ha detto il Vescovo prendendo spunto dalle letture del giorno – non è il Dio che punisce, ma è il Dio che perdona; non è il Dio che castiga, ma è il Dio che è aperto sempre a donare la vita. Questo è il nostro Signore. Ed ecco perché nel deserto della vita, anche quando gridiamo, a volte, contro di lui, il Signore ci dà l’acqua che vuol dire che non ci abbandona. Dalla roccia, percuotendo con il bastone, Mosè fa uscire l’acqua che dà la vita”. Ma anche l’acqua stessa è la vita come ha sperimentato la Samaritana che, giunta al pozzo per prendere l’acqua, incontra Gesù che le dice che Lui può darle “l’acqua che zampilla per la vita eterna. Questa donna – ha fatto notare monsignor Parisi – , in mezzo a tante relazioni, stava vivendo la propria solitudine, un po’ come avviene oggi con i social, che ci danno l’illusione di tessere rapporti e relazioni con il mondo intero, ma in realtà siamo lì a subire le nostre solitudini. Il Signore nella Samaritana ha colto la solitudine e fa la stessa cosa che Dio Padre aveva fatto con gli israeliti, nel deserto: non li ha condannati, ma ha compreso la loro difficoltà”. Anche la Samaritana “non si è sentita giudicata, non si è sentita con il dito puntato, ma si è sentita capita, accolta, perdonata” ed è andata a raccontare dell’incontro con il Messia. Per il Vescovo, quindi, “questa esperienza del perdono è l’inversione nella fonte dell’acqua della vita” e, nel contempo, “questo è anche il senso della nostra vita: portare l’annuncio di Gesù e una volta che c’è stato un incontro con il Signore, sparire” come avviene per la Samaritana della quale non si parlerà più. Ciò, però, non toglie che il suo sia stato “un grande compito: cercava acqua ed è diventata per altri un grande pozzo dal quale bere l’acqua viva”. Al termine della Santa Messa, animata dall’Unitalsi, don Giuseppe Gigliotti, vice parroco della chiesa del Rosario e assistente diocesano della stessa Unitalsi, nel sottolineare che le reliquie “non sono talismani, ma è la presenza invisibile di una fanciulla che, con la sua semplicità disarmante ha scritto una bella pagina”, ha voluto ringraziare monsignor Parisi per il lavoro che sta svolgendo nella Diocesi ma anche per la sua disponibilità e presenza nei confronti dell’Unitalsi alla quale non sta facendo mancare il suo apporto anche per quello che concerne la sensibilizzazione e la vicinanza alle persone con disabilità ed alle loro famiglie. Saveria Maria Gigliotti       The post “Nella nostra fragilità l’acqua è segno della presenza vitale del Signore” first appeared on Lamezia Nuova.

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“Terra e acqua, segno della nostra storia concreta che viene abitata da Dio”

Una riflessione sul significato, oggi, per i cristiani della terra e dell’acqua quella che il vescovo, monsignor Serafino Parisi, ha proposto nell’omelia in occasione della santa Messa con cui si è conclusa la tre giorni di esposizione della reliquia della terra del transito di San Francesco d’Assisi che, al termine della celebrazione eucaristica, ha lasciato la Cattedrale per proseguire in questa peregrinatio che la sta portando in tutte le Diocesi italiane per le celebrazione degli 800 anni dalla morte del Poverello di Assisi. In particolare, monsignor Parisi, ha parlato della “necessità di cogliere, all’interno del tempo della Quaresima che stiamo vivendo, la proposta che viene, da una parte, dalla Liturgia della Parola che è stata proclamata, e dall’altra dal momento che stiamo vivendo, qui, con le reliquie della terra del transito di San Francesco d’Assisi. E, al di là della sensazione o anche della suggestione del momento, con la Parola del Signore possiamo riflettere sui due simboli che ci vengono proposti questa sera: la terra e l’acqua che dobbiamo tenere insieme, segno della nostra storia concreta che viene abitata da Dio perché solo la presenza di Dio dentro la nostra vita è quell’acqua che quando non abbiamo sete, magari non la consideriamo, ma la chiediamo quando la terra è arida e cerca vita”.   “La terra – ha proseguito il Vescovo – non è qualche cosa distante o diversa da noi, perché noi siamo fatti di terra, di polvere. E proprio all’inizio della Quaresima ci è stato detto che ‘polvere siamo e in polvere ritorneremo’. Per cui, quando pensiamo alla terra, dobbiamo pensare alla nostra realtà che ci costituisce, che ci dà la possibilità di vivere anche le relazioni: il corpo che diventa occasione di incontro, di scambio, di novità, di bellezza, di vita. Però, dall’altra parte, dice il nostro limite, la nostra fragilità, la nota distintiva che è quella della nostra creaturalità, cioè la filitudine”. “L’altro elemento, che è anche un elemento quaresimale – ha aggiunto monsignor Parisi – è quello dell’acqua. Oggi lo abbiamo ascoltato almeno in due momenti. Nella prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, quando avevano da poco attraversato il Mar Rosso ed erano stati salvati perché l’acqua aveva aperto un passaggio, per farli passare dalla notte alla luce, dalla morte alla vita. Arrivati dall’altra parte si trovano nel deserto senza acqua” e “protestano nei confronti di Dio perché stavano per morire. Mancava l’elemento essenziale della loro vita, non solo nel deserto dove, forse, si sente ancora di più, ma anche nella quotidianità dell’esistenza: l’acqua, quella che la Samaritana cercava, quella che avrebbe dato refrigerio anche a Gesù nella domanda ‘dammi da bere’. E, poi, nel capovolgimento delle parti perché sarà Gesù che darà da bere l’acqua della vita alla Samaritana che ritorna a vivere, a relazionarsi con tutti. Anzi, scappa per annunciare di aver incontrato il Messia”. Tornando al libro dell’Esodo, il Vescovo ha sottolineato che “il Signore fa scaturire l’acqua dalla roccia perché di quell’acqua c’è bisogno, quella che dà, appunto, la possibilità alla vita dell’uomo di poter proseguire di poter andare avanti, nel deserto e nonostante il deserto”. “L’acqua che il Signore ci dà – ha concluso monsignor Parisi – , quando magari protestiamo e perdiamo le speranze, ci dà la forza, non di evitare l’arsura, ma di attraversare il deserto e, una volta che l’abbiamo attraversato, ci troviamo lì nella scoperta che noi possiamo vivere se riusciamo a tenere insieme sempre quella polvere che dice la nostra origine e la nostra fine, quindi la creaturalità, e quell’acqua che dice la vita di Dio dentro la nostra carne, cioè il respiro di Dio che ci dà la forza di poter andare avanti”.     Saveria Maria Gigliotti The post “Terra e acqua, segno della nostra storia concreta che viene abitata da Dio” first appeared on Lamezia Nuova.

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“Se ti apri generosamente agli altri, ti accorgerai che la vita è bella e vale la pena straviverla”

“Se esci dalla tomba del tuo egoismo, della chiusura e, invece, ti apri generosamente agli altri ti accorgerai che la vita è bella e vale la pena viverla, anzi vale la pena, come abbiamo detto oggi, straviverla”. Così il Vescovo, monsignor Serafino Parisi, partendo dal racconto da Francesco Santino che ha fatto l’esperienza di essere chiuso all’interno di una “bara” per cinque minuti, ha concluso gli incontri con gli studenti delle quarte classi degli Istituti superiori di Lamezia Terme che, organizzati dagli Uffici diocesani di Pastorale giovanile, Pastorale Vocazionale e Progetto Policoro, da anni impegnati a lavorare insieme, ha registrato la presenza di oltre trecento tra ragazzi e ragazze.   Gli incontri, animati dall’esibizione della cantante e musicista Giò Filice e dai monologhi del giovane attore Antonio Vono, come spiega don Luca Gigliotti, direttore della pastorale giovanile, “è un momento prezioso su cui investiamo tanto perché, tra tutte le cose che facciamo durante l’anno, è una di quelle iniziative alle quali diamo importanza per la bella opportunità di incontrare i ragazzi delle scuole. Quest’anno abbiamo messo al centro l’espressione ‘ma vai a stravivere’ che non è tanto un invito a fare qualche cosa, ma è la memoria di poter fare qualcosa di grande con la propria vita. Questa è una prospettiva che stiamo portando avanti da tempo con le scuole ed è sempre una provocazione che proviamo a lanciare ai ragazzi affinchè non rinuncino alla portata dei loro sogni, dei loro desideri e che non vengano risucchiati dalle aspettative che, magari, sentono addosso da parte della società e di persone che, anche bonariamente, sono accanto e si attendono qualcosa di particolare. Non tanto trovare qualcosa da fare, ma qualcuno da poter diventare”. Parole, quelle di don Luca, cui fanno da eco quelle che il Vescovo, ha rivolto ai ragazzi ricordando loro che, a volte, la tomba delle nostre vite può essere quella “di un condizionamento che deve essere infranta con la generosità, con un’altra prospettiva, con un altro continente da visitare e così cominciare ad apprezzare una vita che vale la pena essere vissuta. A volte – ha aggiunto – la bara sono i nostri pregiudizi nei confronti degli altri, i ragionamenti che, ormai, sono fatti in serie senza alcuna distinzione e creatività e ci bloccano e non ci permettono di vivere pienamente, come vogliamo”. “Alla fine – ha affermato ancora monsignor Parisi – siamo schiavi di come l’altro mi vuole, di come la moda mi vuole, di come la costruzione di un’immagine, che deve essere per tutti uguale, mi vuole”. Da qui l’auspicio che, “rotte tutte le zavorre che ci tengono troppo per terra possiate davvero prendere questo dono di una vita possibile. E l’aspetto più bello della vita è aprirsi e amare e, alla fine, amare è l’augurio più bello che riesco a farvi, che la vostra vita possa essere sempre gioiosa. Ma, per essere gioiosa, bisogna uscire da noi stessi ed incominciare ad incontrare gli altri, tessere relazioni, non finte come sui social, ma vere, reali, calde, relazioni che possano essere di fraternità, di fiducia, di amicizia. Anche se la tua forma fisica non è secondo i canoni di oggi, di questo modo di vedere l’uomo o la donna, e non è il massimo, tu sei bello se fai della tua vita un dono perché la vita vale la pena viverla per gli altri, in pienezza, relazionandosi ed avendo la possibilità di esprimere le proprie potenzialità”. Un invito a “non perdere le occasioni” perché “la vita è bella e va vissuta pienamente mettendosi sempre alla prova”, è giunto ai ragazzi anche da Nunzia Coppedè della Comunità Progetto Sud e presidente della Fish (federazione italiana superamento handicap) che ha raccontato la sua vita da “persona con disabilità. Ci sono nata – ha detto – e per me è stato normale. Fino ai 10 anni ho fatto le scuole elementari con i bambini normali. La mia vita dopo ha seguito un’altra via: ho vissuto in un istituto perchè avevo bisogno di essere accudita. Volevo continuare a studiare, ma non è stato possibile. Altri hanno pensato quello che potesse fare bene a me. Mi piaceva dipingere. Sono stata a Capodarco dove ho imparato a lavorare la ceramica. Poi sono venuta a Lamezia Terme e qui ho fatto l’esperienza della comunità ‘Progetto Sud’ della quale sono tra i fondatori. Ho recuperato gli studi. Ho iniziato anche ad aiutare gli altri. Questa è un’avventura che porto avanti da 50 anni e per me ha avuto un valore importante: aiuto persone a dare senso alla loro vita. Non sono speciale, sono una persona come tutti gli altri, ho solo riscoperto quali sono le mie capacità”. Alla domanda “cosa è per te stravivere?”, Nunzia non ha esitato a dire: “credo di esserci dentro”. Francesco Santino, che porta avanti da qualche anno il progetto “lati umani”, nel parlare della sua esperienza di vita che lo ha portato a visitare luoghi e realtà con svariate tradizioni ha detto ai ragazzi presenti che si può passare dall’ “essere discriminati all’essere rispettati”, che “spesso permettiamo alla società di dirci chi siamo e cosa dobbiamo fare” e che “la dignità non può togliertela nessuno se la porti sulla tua pelle”. Nel corso della sua testimonianza, ha anche raccontato della esperienza con un sacerdote eremita alle porte di Milano che vive in una “solitudine abitata…da Dio” evidenziando che “c’è una differenza tra solitudine ed isolamento” e che “la vita è fatta di storie vere, non di apparenza e performance”. Da qui la sollecitazione ai ragazzi presenti ad “andare a cercare il vostro lato umano” ed a “staccarsi anche solo per un attimo dai pregiudizi degli altri e chiedersi ‘chi sono io davvero’?” consci del fatto che “stravivere è avere il coraggio di scegliere, anche quando c’è paura”.   Saveria Maria Gigliotti The post “Se ti apri generosamente agli altri, ti accorgerai che la vita è bella e vale la pena straviverla” first appeared on Lamezia Nuova.

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“Educare alla verità contro la subdola manipolazione e aiutare a discernere per formare coscienze critiche”

“La forza del Cristianesimo, la tradizione e la cultura Cristiane, non il catechismo, che siamo chiamati a rappresentare a portare dentro le scuole, passa, non solo con un’opera di tipo culturale, ma soprattutto nella freschezza delle vostre relazioni” ed è proprio “della freschezza delle relazioni empatiche e vere che ci dobbiamo nutrire contro questo mondo che sembra essere semplicemente non più di cartapesta quanto di vetro schermato”. Queste alcune sollecitazioni che il Vescovo, monsignor Serafino Parisi, ha rivolto agli insegnanti di religione cattolica riuniti oggi a Lamezia Terme per una giornata di formazione regionale su “La Chiesa nel digitale”. “In una prospettiva ecclesiale – ha aggiunto il Vescovo – bisogna lavorare per dare e costruire un’idea di uomo secondo la nostra visione, senza demonizzare l’agorà digitale, ma con una presenza critica e competente” per “difendere la profondità contro la superficialità, educare alla verità contro la subdola manipolazione, aiutare a discernere per formare coscienze critiche”. In altri termini, per “consegnare all’individuo il desiderio di essere persona con la concretezza delle relazioni e ripensarsi nella sua unicità, irriducibilità e, dunque, non nell’anonimato dell’omologazione. Noi – ha proseguito monsignor Parisi – siamo condizionati da un algoritmo e stiamo sostituendo Dio con un’altra divinità alla quale tutti quanti siamo più prostrati ed inchinati e che arriva a darci l’illusione di essere liberi: l’idea della libertà che abbiamo è un’idea che corrisponde ad una pia illusione”. Di contra, obiettivo della formazione “non è quello di implementare l’individualismo quanto scoprire la logica della persona, trasformando l’idea che l’altro è un’immagine – e ciò avviene quando una persona viene ridotta ad un profilo – . Di fronte ad una smaterializzazione delle relazioni bisogna lavorare e tessere legami, cioè portare le persone ad emanciparsi dalla visione che hanno di essere un individuo: emanciparsi per arrivare a comprendersi come persona perché l’individuo è uno, che vuol dire indivisibile. L’individualismo è il grande dramma in quanto l’individuo è incapace di relazionarsi e noi dobbiamo lavorare perché ci sia una comunità reale di persone”. La stessa “Chiesa – ha ricordato il Vescovo – nasce come una comunità radunata, non come una rete di connessioni. Noi ci dobbiamo muovere con quel fondamento biblico che è il principio ermeneutico dell’incarnazione che è l’esatto contrario della virtualizzazione. Il cristianesimo non è la religione dell’astrazione, è la religione dell’incarnazione e la fede cristiana custodisce l’unità tra corpo, relazione e parola. Nel contesto digitale – ha concluso monsignor Parisi-  , la parola è immediata e questa parola immediata, una volta scritta, rimane permanentemente. Cioè, il transitorio che diventa definitivo”. Riflessioni, quelle del Vescovo, alle quali hanno fatto seguito quelle di Filippo Andreacchio, collaboratore Ucs della Cei e Weca, che, tra le altre cose, ha sottolineato che “nell’epoca dell’intelligenza artificiale la vera sfida non consiste nell’imparare semplicemente ad usare nuovi strumenti, ma nel comprendere cosa significhi essere uomini e donne capaci di relazioni, discernimento e responsabilità” ed “in questo contesto l’insegnamento della Religione cattolica si conferma spazio privilegiato di educazione all’umano, accogliendo l’indicazione di Papa Leone XIV secondo cui ‘la sfida, pertanto non è tecnologica, ma antropologica’ ed è un errore pensare che per insegnare bastino belle parole o buone aule scolastiche, laboratori o biblioteche. Questi sono solo mezzi e spazi fisici, certamente utili, ma il Maestro è dentro. La verità non circola attraverso suoni, muri e corridoi, ma nell’incontro profondo delle persone senza il quale qualsiasi proposta educativa è destinata a fallire. Noi – ha concluso riprendendo le parole di Papa Leone XIV in occasione del Giubileo del mondo educativo – viviamo in un mondo dominato da schermi e filtri tecnologici spesso superficiali, in cui gli studenti, per entrare in contatto con la propria interiorità, hanno bisogno di aiuto. E non solo loro”. Al termine dell’incontro, moderato da don Emanuele Leuzzi, direttore del servizio regionale per Educazione, Scuola, Università, monsignor Parisi ha presieduto la Santa Messa con cui è stata conclusa la giornata e nel corso dell’omelia, nel commentare le letture del giorno, tra le altre cose, ha invitato tutti, “in questo periodo quaresimale a scoprire la centralità della Parola di Dio e noi siamo invitati a riscoprire il senso della nostra esistenza. La Quaresima nasce per l’itinerario battesimale ed era un cammino per favorire l’incontro con il Signore e nella liturgia di oggi ritroviamo questa indicazione. Di quale pane ci nutriamo noi? Perché se è il pane della parola, questa non può che essere il principio della vita messo dentro le forme nostre della creaturalità caduca, effimera, limitata, il seme della vita dentro la storia dell’umanità, dentro ognuno di noi. L’esperienza della Quaresima deve servire, mettendo noi stessi di fronte allo specchio della nostra coscienza, dove le maschere non devono esistere, a scoprire la potenza del limite, esaltando la fragilità che è l’impronta della creaturalità”.   Saveria Maria Gigliotti The post “Educare alla verità contro la subdola manipolazione e aiutare a discernere per formare coscienze critiche” first appeared on Lamezia Nuova.

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“Quaresima è tornare al cuore e Gesù ci vuole attenti agli altri con la carità operosa”

La Quaresima è “tornare all’essenziale, al cuore, al Signore Gesù che non ci vuole per nulla scrupolosi, ma ci vuole attenti agli altri con la carità operosa”. Quindi, il tempo di Quaresima “deve essere il tempo di radicarci nel Signore, in Lui, e aprirci con la carità agli altri”. Questi alcuni passaggi dell’omelia pronunciata in Cattedrale ieri sera, in occasione del Mercoledì delle Ceneri, dal vescovo, monsignor Serafino Parisi, che ha invitato tutti a “metterci una volta per tutte davanti al Signore” che “non aspetta altro che abbracciarci con la sua tenerezza, passione e misericordia. Perché questo vuole fare Dio Padre. E la Quaresima è il tempo giusto”. Da qui la necessità “di valorizzare questo tempo della Quaresima per scoprire la verità della nostra vita che non vuol dire nascondere, fingere, far finta che …, ma vuol dire verità perché il Signore non ci giudica, ma vuole conoscere dov’è il nostro limite, le nostre fragilità, il nostro peccato per intervenire lì e darci speranza. Questo è il tempo della salvezza – ha aggiunto il Vescovo – . Quindi, è un tempo che ci dà l’opportunità di guardare dentro noi stessi, metterci di fronte allo specchio della nostra coscienza. E, poi, metterci di fronte al Signore”, senza ipocrisia: “È chiaro – ha detto il Vescovo al riguardo – che se ci mettiamo di fronte allo specchio della nostra coscienza l’ipocrisia non ci può essere perché la maschera non la posso utilizzare. Ipocrita vuol dire uno che mette la maschera, sale sul palcoscenico e interpreta una parte. Questo è l’ipocrita: l’attore professionista nel mondo greco che metteva una maschera e faceva una parte. Ma se uno si mette davanti allo specchio di sè stesso, la maschera deve cadere, l’ipocrisia non ha senso” ed è Gesù stesso a dire per tre volte di non fare come gli ipocriti. Poi, facendo riferimento alla carità, monsignor Parisi, ha sottolineato che “l’elemosina è la carità della propria vita e si consuma e si spende davanti al male del mondo. Ma vi pare giusto che sulle nostre coste del Tirreno dobbiamo raccogliere corpi di morti – ha chiesto – ? Ma dov’è la carità? Dov’è il messaggio di Gesù Cristo? Persone che scappano per una vita più bella, migliore e lì muoiono, non ci possono lasciare indifferenti. Non possiamo non lasciarci interrogare da questa carne morta che grida vita, libertà e pretende carità anche da morti”. Il Vescovo, infine, ha sollecitato a riflettere anche sul digiuno e sull’astensione dal mangiare carne in periodo di Quaresima: “Il digiuno – ha detto – altro non è che la capacità di sacrificarmi per donarmi agli altri, non per fare una tacca sul calendario per dire oggi ci sono riuscito” non dimenticando che “la carne che mangiamo, a volte, è quella del fratello che non curiamo, che non soccorriamo, che lasciamo morire senza muovere un dito”. Saveria Maria Gigliotti The post “Quaresima è tornare al cuore e Gesù ci vuole attenti agli altri con la carità operosa” first appeared on Lamezia Nuova.

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“Ritornare al Signore, riposizionando la nostra esistenza su colui che è Dio della vita e della gioia”

  Ai carissimi sacerdoti, religiose e religiosi, diaconi e al diletto popolo di Dio della Chiesa diocesana di Lamezia Terme, gioia e pace! In occasione dell’inizio del tempo di Quaresima, occasione favorevole, tempo di grazia e di conversione (Kairòs) per tutto il santo popolo di Dio e in modo particolare per noi pastori, vi saluto con la provocazione iniziale dell’evangelista Marco – quella che egli pone sulle labbra di Gesù, il Cristo atteso, dopo aver annunciato a tutti che Egli è l’archè, il principio del Vangelo, l’annunciatore e il contenuto proclamato, il Figlio di Dio e fratello nostro – con la quale invita gli uomini dicendo: “Convertitevi e credete nel Vangelo” (Marco 1,15). Qui siamo invitati a fondare la nostra vita sulla roccia stabile della fedeltà misericordiosa e appassionata di Dio. Il primo impegno concreto, dunque, che riguarda mente e cuore, consiste nel ritornare al Signore, riposizionando la nostra esistenza su colui che è Dio della vita e della gioia. Come sacerdoti, siamo chiamati a essere i primi a rispondere all’invito di Gesù a convertirci e a credere al Vangelo e così dare testimonianza ed essere sprone per tutto il popolo affidato alla nostra guida, attualizzando il messaggio della Sacra Scrittura che, con il profeta Gioele, ci dice: “Convertitevi a me – dice il Signore – con tutto il vostro cuore, con digiuno, pianto e lamento” (Gioele 2,12). Questo è il grido che deve risuonare nella nostra Chiesa, un “urlo” che ci invita a tornare a Dio con tutto il nostro cuore, a lasciare le nostre debolezze e i nostri peccati, per lasciarci abbracciare dalla misericordia e dall’amore di Dio. La Quaresima sia, dunque, ciò che già è da sempre: un tempo di rinuncia, ma anche di gioia, perché è un’occasione di incontro con Dio, un tempo di conversione e di trasformazione. È un tempo propizio per rinnovare la nostra fede, per rafforzare la nostra speranza e per accendere e far crescere la nostra carità. In modo particolare, noi sacerdoti siamo chiamati a guidare il popolo a noi consegnato – direi “donato e offerto” alla nostra cura pastorale – sulla strada della conversione e della santità. Siamo chiamati a essere – per dirla in modo classico – i dispensatori generosi dei misteri di Dio, a offrire il pane della vita e il vino della salvezza. Ma, per fare questo, dobbiamo essere aperti e disponibili noi stessi al rinnovamento e alla conversione della mente, del cuore e della vita. Dobbiamo essere i primi a rispondere alla proposta di Gesù, a prendere la nostra croce e a seguirlo. Ecco l’invito ai sacerdoti e a tutto il popolo santo di Dio: “valorizziamo” il tempo santo della Quaresima per ritornare al Signore, alla Sua Parola di salvezza e al Suo amore di Padre, per rinnovare la nostra vita, per rafforzare la nostra fede, per accendere la nostra carità, per costruire accoglienti e sincere relazioni di pace. Preghiamo gli uni per gli altri, affinché tutti possiamo essere fedeli alla nostra vocazione imboccando e percorrendo fino in fondo la strada della salvezza: al di là del deserto, oltre il Venerdì santo, troveremo ad attenderci il Cristo morto e risorto per tutti. Con animo benedicente vi abbraccio. Vostro, + d. Serafino Parisi The post “Ritornare al Signore, riposizionando la nostra esistenza su colui che è Dio della vita e della gioia” first appeared on Lamezia Nuova.

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“Siamo chiamati a tessere relazioni di tenerezza, compassione e consolazione”

Tenerezza, compassione, consolazione. Queste le parole che il vescovo di Lamezia Terme, mons. Serafino Parisi, ha ripetuto in occasione della XXXIV Giornata Mondiale del malato, memoria della Madonna di Lourdes, nel corso della celebrazione eucaristica in Cattedrale con i volontari della sottosezione lametina dell’Unitalsi. “Parole che – ha detto il vescovo nell’omelia – ci ricordano lo stile di Dio, il modo in cui Dio si rapporta con noi uomini e il modo in cui noi siamo chiamati a rapportarci all’altro, in particolare a chi si trova in una situazione di fragilità. Perché c’è una condizione ancora più pesante della stessa fragilità, della sofferenza, della malattia: la solitudine, il sentirsi abbandonati. La consolazione sta nel far sentire all’altro che non è mai solo. Noi siamo chiamati, come comunità, a tessere relazioni di tenerezza, di compassione, di vicinanza, di consolazione”. Commentando la pagina del profeta Isaia, il presule ha sottolineato le immagini che rimandano “alla tenerezza di Dio, all’atteggiamento di una madre che allatta, porta in braccio i suoi figli. Riflettiamo: quanto vale una carezza per una persona che è in ospedale, lì dove le ore non passano mai? Ecco lo stile di Dio: uno stile di tenerezza, di consolazione, di compassione. Dio ci consola come una madre consola il proprio figlio e fa gioire il nostro cuore. Il Vangelo è questo: annuncio della gioia della salvezza che viene dal Signore Gesù e che noi dobbiamo portare nelle situazioni dove la gioia sta per finire o è addirittura finita”. Richiamando l’immagine del buon samaritano, al centro del messaggio di Papa Leone XIV per la giornata mondiale del malato di quest’anno, il presule lo ha indicato come “il modello dell’attenzione particolare che dobbiamo avere verso gli ammalati. Il buon samaritano ha ascoltato il grido dell’uomo incappato nei briganti, si è fatto prossimo, ha provveduto alle spese della locanda, ha fasciato le ferite. In una sola espressione: si è preso cura di quell’uomo. Compatire significa fare in modo che la sofferenza dell’altra sia anche un po’ la mia per rendere più leggero il Riflettendo sul brano evangelico delle nozze di Cana, Parisi sottolinea l’attenzione di Maria che “capisce la difficoltà, capisce che la festa è finita perché era venuto a mancare il vino e dice ai servitori di ascoltare il Figlio. Il Signore cambia l’acqua dell’ordinarietà nel vino dell’eccezionalità e della festa. Questo è il miracolo che possiamo realizzare anche noi cambiando la banalità di un’esistenza senza senso nel vino dell’allegria e della gioia”. “Mentre vi ringrazio per il lavoro che fate ogni giorno – ha concluso il vescovo di Lamezia – voglio ricordarvi che il miracolo che noi possiamo realizzare ogni giorno ruota intorno a queste tre parole: tenerezza, compassione, consolazione. Il Signore ha cambiato così la storia. La sua vita è stata una vita completamente donata e così possiamo fare anche noi. È questo l’augurio per noi “privilegiati” che serviamo la carne di Cristo negli ammalati e per gli ammalati affinché attraverso di noi possano trovare consolazione, tenerezza e gioia”. Nel corso della celebrazione, il vescovo ha impartito l’unzione degli infermi. Salvatore D’Elia   The post “Siamo chiamati a tessere relazioni di tenerezza, compassione e consolazione” first appeared on Lamezia Nuova.

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“Privilegio e responsabilità di essere accanto all’ammalato con professionalità e umanità”

Professionalità e umanità. Responsabilità e privilegio. Attività professionale e servizio. Queste alcune parole chiave indicate dal vescovo di Lamezia Terme mons. Serafino Parisi ai medici, infermieri, operatori sanitari e volontari che hanno partecipato alla celebrazione eucaristica nella cappella dell’Ospedale S. Giovanni Paolo II, in occasione della XXXIV giornata mondiale del malato. Partendo dalla riflessione sul vangelo del giorno, Parisi nell’omelia ha parlato “di una malattia e di un’impurità profonda che uccide l’uomo : è la cattiveria, il disinteresse, l’egoismo. E allora: che cosa ci salva? Che cosa ci sana da quella malattia che a volta abita totalmente la vita dell’uomo? Certamente c’è bisogno delle medicine, ma poi occorre prendersi cura della persona umana nella sua totalità. É questa la logica nuova che Gesù vuole comunicarci con questo brano evangelico. Dobbiamo essere portatori di una visione nuova, di un cuore rinnovato che sappia farsi interprete delle necessità e delle attese dell’altro, che sappia prendersi cura e rendersi responsabile della vita dell’altro”. “Voi – ha detto il presule rivolgendosi ai medici e agli operatori sanitari – avete una grande responsabilità e, al tempo stesso, un grande privilegio. Il privilegio sta nella possibilità di essere apprezzati qui, in questo luogo di sofferenza, per due ragioni: per la professionalità e per l’umanità. L’umanità è il metro di misura del nostro essere cristiani. E, accanto a questa, c’è bisogno della competenza scientifica. L’uomo va guardato nella sua totalità: per la malattia che lo abita, che lo sfinisce, che gli fa passare notti insonni, e per la sua umanità che aspetta uno sguardo, un sorriso, il segno di una presenza. L’uomo ha bisogno di sapere che, in quella difficoltà, non sei da solo, c’è qualcuno che ti sta considerando.  A volte proprio voi, medici e operatori sanitari, siete l’ultima persona che lo sguardo di un ammalato incrocia. Siate consapevoli di questo privilegio e di questa responsabilità, siate trasmettitori di un’umanità nuova che si apre all’altro nella disponibilità.” “Perché cantare in un luogo come l’ospedale?  – ha proseguito Parisi –  Ci sono alcuni ammalati che non vorrebbero cantare e magari si sentono anche a disagio ad ascoltare canzoni. Eppure anche in un luogo come questo ha senso cantare. Perché? Perché la vita, sin dal suo inizio, è legata inscindibilmente al dolore. Anche coloro che si trovano nella sofferenza hanno bisogno del canto. Anche in questo preciso momento della vita, quello della fragilità e della sofferenza, è importante esserci con la professionalità, l’umanità e il canto”. Salvatore D’Elia   The post “Privilegio e responsabilità di essere accanto all’ammalato con professionalità e umanità” first appeared on Lamezia Nuova.

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“Chiamati a custodire una luce tenue che ci indica l’amore di Dio”

“Come religiose e religiosi, come sacerdoti, come popolo di Dio oggi siamo chiamati ad essere segno di contraddizione. Siamo chiamati ad essere custodi di una fiamma tenue, capace però di illuminare la storia di una luce che è la luce di Cristo, quella luce che il mondo chiede oggi più che mai ad ognuno di noi. Siamo chiamati ad essere segno di contraddizione non nel clamore, nel rumore, nei toni trionfalistici, ma in una luce piccola che va protetta, che squarcia il buio indicando l’amore eterno di Dio e il cammino possibile.” Così il vescovo di Lamezia Terme mons. Serafino Parisi che, in Cattedrale, con le religiose e i religiosi della Diocesi, ha presieduto la celebrazione eucaristica nella festa della Presentazione del Signore, XXXma giornata della vita consacrata. Quel “segno di contraddizione”, come il vegliardo Simeone chiamò il Bambino Gesù presentato da Maria e Giuseppe al tempio, indica “il senso della nostra vita cristiana e della nostra consacrazione.  Nella fragilità della nostra carne, quella stessa carne e quello stesso sangue che il Figlio di Dio ha voluto condividere con noi come ci ha ricordato la lettera agli Ebrei, si può e si deve essere segno di contraddizione per non lasciarci andare a stranezze, per non farci prendere da manie e smanie di protagonismo.  Gesù, come ci ha detto l’autore della Lettera gli Ebrei, non è un personaggio evanescente, impalpabile, indefinito. Gesù è una Persona concreta, che si è resa in tutto simile ai fratelli. La nostra spiritualità cristiana non è sospesa in aria, ma è incarnata nella storia perché il Figlio di Dio si è incarnato. Non siamo posti in una sorta di torre d’avorio, non siamo sottratti al mondo, ma siamo spinti nel mondo in mezzo agli altri fratelli; non per omologarci, ma per essere segno di contraddizione. A volte i nostri stessi gruppi possono rappresentare una sorta di rifugio o un alibi per non intervenire, per non assumerci le nostre responsabilità. E invece il Signore ci chiama ad intervenire con la forza della fede nella realtà della storia, una storia fatta di carne e di sangue”. “La luce che abbiamo messo in evidenza nella liturgia di oggi – ha proseguito Parisi – non è un lampione che squarcia la notte, ma una piccola fiamma che si fa strada nell’oscurità. Una piccola fiamma che siamo chiamati a custodire, che dà un orientamento, che indica un cammino. Quella piccola fiamma ci dice che possiamo abitare il buio.” “Quando tutto ci viene presentato come male, quando tutto ci viene presentato come negativo – ha concluso il vescovo – scegliamo di essere segno di contraddizione. Facciamo ripartire la nostra esistenza da quella fiamma che è l’amore di Dio. Sì: ripartiamo dall’amore di Dio perché Cristo, sommo sacerdote misericordioso e fedele, dal di dentro ridà anima e vita a tutta la storia, a tutta l’umanità. Auguro a voi consacrate e a voi consacrati, a tutto il popolo di Dio, di essere segno di contraddizione, di portare quella Luce venuta per illuminare le genti nelle nostre piccole luci della povertà, dell’umiltà e della disponibilità. Maria e Giuseppe che offrono il Bambino al Tempio sono lì a ricordarci che è sempre possibile mettere la nostra vita a disposizione del Signore”. Nel corso della celebrazione le religiose e i religiosi presenti hanno rinnovato la professione dei voti. Salvatore D’Elia   The post “Chiamati a custodire una luce tenue che ci indica l’amore di Dio” first appeared on Lamezia Nuova.

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