La Parola del Vescovo

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Ad ottobre la Diocesi apre un punto ascolto e prossimità per le persone con disabilità

Nel mese di ottobre la Diocesi aprirà un punto di ascolto e prossimità per le persone con disabilità e le loro famiglie. Ad annunciarlo, il Vescovo di Lamezia Terme, monsignor Serafino Parisi, al termine dell’incontro “La comunità che sostiene: famiglie e territorio per una inclusione autentica” nell’ambito della “II Giornata Diocesana insieme alle persone con disabilità”. “Un luogo semplice, aperto, – ha aggiunto monsignor Parisi – pensato in modo particolare per le persone con disabilità, le loro famiglie e tutti coloro che si affiancano al mondo della disabilità. Non nasce per sostituirsi ai servizi già esistenti, né per aggiungere un altro ufficio che si occupi di burocrazia e documenti, anche! Nasce essenzialmente, per creare legami. Vogliamo essere una Chiesa che ascolta prima di rispondere, che accompagna prima di indicare una strada e che soprattutto mette in relazione persone, parrocchie, associazioni, istituzioni. Troppo spesso i bisogni restano nascosti, le famiglie non sanno a chi rivolgersi, le associazioni lavorano con generosità ma senza conoscersi tra loro, le comunità parrocchiali desiderano aiutare ma non sanno come farlo”. “Questo Punto di Ascolto – ha proseguito il Vescovo – vuole essere un ponte tra chi ha un bisogno e chi può offrire una risposta, tra la solitudine e la comunità. Un ponte tra le tante risorse presenti sul nostro territorio, affinché nessuno debba affrontare da solo il peso della propria fragilità. L’inclusione si costruisce con le relazioni. Si costruisce quando impariamo a guardarci negli occhi, ad ascoltarci, a riconoscere che ogni persona è un dono per la comunità”. “Per questo – ha concluso monsignor Parisi – il mio invito è rivolto a tutti: parroci, operatori pastorali, associazioni, volontari, famiglie e uomini e donne di buona volontà. Aiutateci a far crescere questa rete di prossimità. Segnalate le situazioni di bisogno, mettete a disposizione competenze, tempo e cuore, costruite insieme a noi una comunità nella quale ciascuno possa sentirsi accolto, accompagnato e valorizzato. La Chiesa diventa credibile quando sa farsi vicina. È questo il progetto che oggi affidiamo al Signore: una Diocesi capace non solo di parlare di inclusione, ma di viverla ogni giorno, perché nessuno resti ai margini e tutti possano sentirsi davvero parte dell’unica famiglia dei figli di Dio” ed è anche per questo che “cercheremo di stimolare anche gli assessorati regionale e comunale per dare più informazioni possibili per poter mettere le famiglie su questa strada con meno apprensione. Vogliamo essere apripista per le altre Chiese e le altre comunità”. Saveria Maria Gigliotti The post Ad ottobre la Diocesi apre un punto ascolto e prossimità per le persone con disabilità first appeared on Lamezia Nuova.

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Il 27 giugno la II giornata diocesana insieme alle persone con disabilità

Il 27 giugno prossimo, con inizio alle ore 17, si terrà la seconda giornata diocesana “insieme” alle persone con disabilità. Un momento, questo, fortemente voluto dal Vescovo, monsignor Serafino Parisi, che già lo scorso anno, in occasione del Giubileo delle persone con disabilità, aveva annunciato l’istituzione di questo appuntamento da svolgersi ogni anno il 27 giugno in occasione della preparazione alla festa Patronale dei Santi Pietro e Paolo. Ad essere protagoniste di questa giornata saranno “le persone con disabilità – dichiara monsignor Parisi -, ma in modo particolare le famiglie che hanno il compito di essere ‘cirenei’ nei confronti di figli, o parenti, o persone che sono nella condizione di fragilità, di limite e che dipendono dalla cura, dalla sensibilità, dalla carità degli altri”. “Si è scelto la parola ‘persone’ con disabilità – aggiunge il Vescovo – non solo per una convenzione linguistica in uso, ma perché convinti che la disabilità non deve, non può e non è chiamata a definire una persona che ha una sua dignità che prescinde dalla difficoltà fisica, intellettiva o mentale che possa presentare. È una ‘persona’ (termine cattolicamente connotato) chi porta una disabilità e non un indefinito e insignificante individuo. Per questo, noi guardiamo piuttosto all’aspetto della persona e ci prendiamo cura di uomini e donne che hanno una particolare condizione nella nostra comunità, nella famiglia, all’interno della società e di cui dobbiamo farci carico per indicazione del Vangelo di Gesù. La “disabilità” certamente è un terreno scivoloso dove si sperimenta il limite, ma questo non può significare chiusura. Al contrario deve rappresentare apertura e sollecitare le istituzioni, i servizi sociali e tutti coloro che si prendono cura della persona umana a sviluppare dei percorsi per valorizzare professionalmente tutte queste potenzialità”. La giornata inizierà alle ore 17 con il convegno su “La comunità che sostiene: famiglie e territorio per una inclusione autentica” nel corso del quale sono previsti gli interventi di: Manuel e Daniel Sirianni (La casa dei ricordi); Romano Pesavento, presidente del coordinamento nazionale dei docenti per i diritti umani (La comunità che sostiene); Emanuela Cristiano, referente diocesana per la catechesi alle persone con disabilità (Progetto di vita e dignità della persona); monsignor Serafino Parisi che trarrà le conclusioni. Subito dopo (ore 19.00), presieduta dal Vescovo, sarà celebrata la Santa Messa al termine della quale, sul Corso Numistrano (davanti alla Cattedrale), si terrà il concerto de “i Controvento”. Saveria Maria Gigliotti The post Il 27 giugno la II giornata diocesana insieme alle persone con disabilità first appeared on Lamezia Nuova.

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La fraternità al centro della giornata regionale del Clero calabrese

Un momento di fraternità, quello vissuta dal Clero calabrese oggi a Lamezia Terme in occasione della giornata regionale del Clero calabrese. Nell’introdurre il momento, ospitato nel complesso interparrocchiale San Benedetto, monsignor Stefano Rega, delegato Cec per la commissione presbiterale regionale, ha ricordato alcuni passaggi del messaggio che papa Leone ha inviato ai sacerdoti in occasione della giornata per la santificazione sacerdotale, in cui ha sollecitato a vivere in fraternità, e che è stata centrale nella lectio dell’abate di Montecassino, Dom Fallica su “Inviati a due a due: lo stile fraterno dell’annuncio”, partendo dal brano del Vangelo di Luca 10,1-12. In particolare, monsignor Rega ha ricordato che papa Leone ha invitato ad avere “una relazione con Dio che non ci allontani dagli uomini, ma ci renda prossimi per tutti, che plasmi cuori pazienti, teneri, capaci di vicinanza, di compassione e di ascolto. Così, per mezzo dell’unione del nostro cuore imperfetto con il Cuore trafitto di Gesù, si realizza il nostro cammino di santità. Non viviamo più noi, ma vive in noi Cristo (cfr Gal 2,20). Una santità così non si vive da soli. Abbiate cura della fraternità presbiterale: cercatevi, ascoltatevi, sostenetevi. Il sacerdote che si isola, lentamente si spegne; il sacerdote che cammina con i fratelli cresce”. Da qui l’invito ad avere “cura della fraternità presbiterale: cercatevi, ascoltatevi, sostenetevi. Il sacerdote che si isola, lentamente si spegne; il sacerdote che cammina con i fratelli cresce”. Fraternità presbiterale che, ha ricordato monsignor Rega, come scritto da papa Leone nella lettera apostolica “Una fedeltà che genera futuro”, deve essere considerata “come elemento costitutivo dell’identità dei ministri, non solo come un ideale o uno slogan, ma come un aspetto su cui impegnarsi con rinnovato vigore. La cura reciproca, in particolare l’attenzione verso i confratelli più soli e isolati, nonché quelli infermi e anziani, non può essere considerata meno importante di quella nei confronti del popolo che ci è affidato”. Un invito a “camminare a due a due”, partendo dal brano del Vangelo di Luca, è stato fatto da Dom Fallica che, tra le altre cose, nella sua Lectio, ha ricordato che vivere così il ministero “educa ed introduce in quella spiritualità e relazione interpersonale vissuta del Vangelo comunicato ed accolto. Essere inviati a due a due scrive la fraternità e la qualità delle relazioni” in quanto “vivere un’autentica fraternità ci deve rendere solidali con gli altri. Le afflizioni che pesano sulla nostra vita sono tante. Prendersi cura degli altri è anche un prendersi cura di sé”. Per Dom Fallica, infatti, è proprio in questo che sta la “logica del dono” e vivere in essa “è nella prospettiva e capacità effettiva di ricevere. Sapere vivere le relazioni nelle dimensioni della gratuità e della reciprocità. Abbiamo bisogni di grembi della reciprocità che non ci devono chiudere ma aprirci sia nella relazione con Dio, che nelle relazioni fraterne. Il testo di Luca – ha aggiunto Dom Fallica – sottolinea l’importanza di saper articolare bene il cammino e la sosta nella casa. Dobbiamo avere anche questa sapienza che Luca ci ricorda di vivere nelle case in cui sostare e dimorare rende la realtà evangelica. Non sempre – ha concluso – è facile armonizzare calore familiare e calore domestico: una casa troppo aperta rischia di non essere più una casa, al contrario una comunità molto chiusa rischia di chiudersi dimenticandosi di chi rimane fuori. Probabilmente non esiste una misura uguale per tutte le situazioni, ma le due cose vanno bene quando vivono insieme e non quando una prevale sull’altra”.   Nel portare i saluti della Diocesi di Lamezia Terme, che ha ospitato questo momento di riflessione e preghiera, il vescovo, monsignor Serafino Parisi, che ha fortemente voluto il completamento dell’auditorium del complesso interparrocchiale San Benedetto che sta diventando sempre più centro di convegnistica regionale, ha ringraziato quanti “hanno contribuito per questo momento di fraternità e di vita comunitaria” in linea con l’invito di papa Leone “a rendere operativo il mistero dell’unità che è il progetto di Dio perché in quanto testimonianza, pur dentro le differenze, pur dentro le specificità, pur dentro i particolarismi, pur dentro le nostre fisime mentali, è la testimonianza della verità che ci rende credibili di fronte alla storia. Quella vera. Una fraternità ed unità che è sacramentale che supera le nostre inezie, le nostre piccolezze, le supera perché noi siamo fondati dentro questa unità che è rivelazione stessa della vita intima di Dio che è mistero di comunione, mistero di unità”. Nel concludere l’incontro, il presidente della Cec, monsignor Fortunato Morrone, ha ringraziato quanti si sono impegnati per questa giornata che “è stata un dono di Dio”, nel corso della quale ha visto “la passione dell’essere presbiteri. Ringrazio l’abate – ha aggiunto – per averci dato la speranza. A volte non riusciamo e vedere il bello che c’è nel cuore degli altri, ma è dono perché è l’esplicazione del volto di Gesù che è nel cuore degli altri. Aiutiamoci vicendevolmente. Il vangelo è la fraternità ed è questo Vangelo che dobbiamo portare nelle nostre comunità. Ci dobbiamo confortare, dandoci forza e coraggio. Al termine della Lectio, nella chiesa San Benedetto, si è svolta l’adorazione eucaristica comunitaria. La giornata si è conclusa con un’agape fraterna   Saveria Maria Gigliotti The post La fraternità al centro della giornata regionale del Clero calabrese first appeared on Lamezia Nuova.

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Monsignor Parisi ai maturandi: “È soltanto l’aurora! Davanti a voi si aprono tante opportunità e molte nuove sfide”

Di seguito il messaggio ai maturandi del vescovo, monsignor Serafino Parisi Maturande e maturandi carissimi, quest’anno, tra di voi, c’è mia nipote e, anche per questo motivo, gli auguri che vi rivolgo con tutto il cuore sono gli stessi che formulo a lei. Voglio raggiungervi con questo desiderio: augurarvi quella consapevolezza la cui resa letteraria viene attribuita a Socrate: “So di non sapere”. In questa massima di uno dei pensatori che è fra gli iniziatori della filosofia occidentale si trova un condensato di saggezza: in primo luogo suggerisce che vi sia ancora, dopo un tratto di itinerario già percorso, tanto cammino da compiere; poi lascia intendere che non si possa essere mai sazi di conoscere e di sapere; e, infine, insegna che la contezza del limite è lo sprone a non smettere mai di cercare. Tenendo conto di quanto detto, tutto il percorso compiuto fino ad oggi è da considerare come propedeutico alle novità, ai cambiamenti e alle scoperte che vi attendono, insomma a tutto ciò che si aggiungerà alla montagna – speriamo inesausta – del vostro sapere (e anche, ma secondariamente, delle vostre competenze). Si lavora, si studia, si ricerca non per colmare un vuoto, ma per dilatare gli spazi, inseguire l’orizzonte, rincorrere la meta… appassionatamente. Sappiate di essere appena all’inizio. Trovo appropriata, a tale proposito, l’evocazione della frase che usò papa Giovanni XXIII, il “papa buono”, nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II: “tantum aurora est”. Quell’espressione suggestiva raccoglieva, al tempo stesso, tutto il portato storico e tradizionale del passato, mentre apriva alla fascinosa e intrigante sospesa profetica del futuro che iniziava a delinearsi esigendo impegno… siamo ancora all’aurora! Possiate affrontare, dunque, questo passaggio della vostra giovane vita con questa visione. L’esame di maturità è certamente una prova scolastica, ma è soprattutto un “simbolo polisemico”: tra i vari significati distinti e correlati circoscrive un cammino compiuto, ma contemporaneamente mostra un portone che si spalanca, come un sipario che si apre, per un ulteriore atto della vostra vita, sul “mistero” del vostro avvenire. Carissimi, non voglio caricarvi di tutte le tensioni e le possibili angosce che potrebbero nascere da una elencazione dettagliata degli orrendi mali che attraversano e affliggono la nostra umanità e, toccando alcuni angoli del mondo, hanno ricadute molto vicine alle nostre case, con effetti evidenti e nefasti sul nostro vivere. Voi avete la sensibilità per inquadrare queste crisi, prendendo le distanze dalle “logiche” che le generano e adoperandovi perché non si ripetano più. Bastano già le note tensioni che in questo particolare frangente della vostra vita vi abitano. Descrivo, dunque, alcune dinamiche scolastiche allo scopo di trarne indicazioni assennate per la vita, come ad esempio: la volontà di presentarvi agli esami nella verità del vostro essere – il cristianesimo afferma che ogni persona ha una dignità unica e irripetibile – attraverso una esposizione accurata del “capolavoro” che siete voi; la preoccupazione di essere valutati dalla commissione esaminatrice per tutte le vostre poliedriche potenzialità e non solo per l’estemporanea rappresentazione di quel momento; e poi il rovello per una valutazione giusta e vera. È proprio su questi elementi che dovrete mostrare e far riconoscere la vostra maturità: un voto in meno dispiace, ma non definisce né stabilisce il vostro valore; anche un voto in più, ingiustamente assegnato, dovrebbe dare da pensare perché provoca un meccanismo di micro-ingiustizie che genera dinamiche di sperequazione. Anche quest’ultima falla non è irrimediabile: i donanti e i riceventi si potranno riscattare impegnandosi, nello scorrere del tempo, a ristabilire la giustizia e l’equità. Queste due polarità dicono che la vostra storia, quella passata e soprattutto quella ventura, non può essere imprigionata in una pur espressiva valutazione legata a contingenze e a variabili che, in quanto tali, possono sempre mutare. Proprio in quest’ultimo passaggio che può suscitare reazioni ed emozioni a volte amare, si trova la rappresentazione più vera della maturità: la scuola infatti non serve soltanto ad accumulare conoscenze da esibire sul palcoscenico della performatività; il suo compito è più profondo e “fondativo” perché persegue l’obiettivo di aiutare ciascuno a diventare persona libera, capace di pensare, di scegliere e di assumersi le proprie responsabilità. Lo studio, per questo motivo, è molto più di una preparazione qualificante: è una palestra di umanità. In questi anni avete imparato che nulla di importante si ottiene senza sacrificio. Essere maturi e, tuttavia, sulla soglia di un nuovo inizio significa saper riconoscere ed evitare le scorciatoie e i risultati immediati che danno l’illusione che non sia richiesta costanza, pazienza e impegno per raggiungere i traguardi più belli. Non abbiate paura della fatica della conquista e non vi terrorizzino gli insuccessi! Nella complessa valutazione che fa la vita gli errori contano quanto i risultati e sovente questi ultimi non arrivano senza l’insegnamento di quelli. Mi viene da dire che la vera maturità consista nel non sentirsi arrivati, ma nel continuare a crescere imparando a mettere i propri doni al servizio del bene comune con professionalità, competenza e coerenza. Ogni disciplina, con metodi e modi diversi, continuerà ad insegnarvi a osservare il mondo, a porvi interrogativi, a comprendere meglio voi stessi e gli altri e, in definitiva, a cercare la verità. È soltanto l’aurora! Davanti a voi si aprono tante opportunità e molte nuove sfide. Una di queste sta nelle potenzialità “extra-ordinarie” dell’intelligenza artificiale: la sua “funzione strumentale” va integrata e compresa dentro una visione antropologica completa e complessa. L’IA è senza alcun dubbio un aiuto per migliorare qualitativamente alcuni aspetti della vita, ma non potrà mai sostituire la coscienza e non dovrà mai precludere la libertà, la creatività, la capacità di amare e di assumersi liberamente e responsabilmente le proprie decisioni. La persona umana non dovrà rinunciare a esercitare il proprio pensiero critico, immaginando di poter delegare a predeterminati calcoli algoritmici tutto ciò che richiede discernimento, coinvolgimento personale e responsabilità condivisa. Ecco perché agli albori del vostro maggiore impegno intellettivo e professionale essere “maturi” significa andare alla scoperta del senso della verità, della bellezza della giustizia e della generatività dell’amicizia e della fraternità. Vi auguro di affrontare

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Antonio da Padova si è messo nella condizione dell’umiltà e della povertà per annunciare il Mistero di Dio

“La grandezza di S. Antonio di Padova è stata quella di mettersi nella condizione dell’umiltà e della della povertà. Non perché per capire chi ha fame almeno una volta nella vita devi aver provato la fame, ma perché la povertà è espressione della necessità di dipendere da un altro, dall’attenzione di un altro, dalla cura di un altro, dall’impegno e dal servizio di un altro. La povertà è uno stimolo affinché la povertà non ci sia come flagello, ma come atteggiamento di chi, ritenendosi bisognoso, apre con grande disponibilità le mani per accogliere la grandezza del mistero di Dio. S. Antonio ha realizzato tutto questo.” Così il vescovo di Lamezia Terme mons. Serafino Parisi che ha celebrato l’Eucaristia al Santuario di S. Antonio di Padova, nel giorno della festa, durante il quale come ogni anno le Forze dell’Ordine rendono omaggio al Santo. Il vescovo di Lamezia ha sottolineato un tratto della vita e della spiritualità di Antonio che era “la sua grande capacità di parlare: oggi lo chiameremmo un grande comunicatore. Questo perché aveva una grande consapevolezza del Mistero che era chiamato ad annunciare e una grande umiltà nel comunicarlo alle persone.  Comunicare, infatti, non significa solo saper parlare, ma avere la capacità di entrare nella vita concreta dell’altro, immedesimarsi nelle attese, nelle speranze, nei problemi dell’altro. S. Antonio era consapevole di annunciare un Mistero che non è venuto a riempire un vuoto, ma ad aprire lo sguardo a ciò che non può essere mai contenuto ma sempre rimette in ricerca. Come quell’orizzonte che ti dà l’impressione di avvicinarti ad esso ma, mentre ti avvicini, si allontana”. Non solo – ha proseguito Parisi – “annunciatore della retta dottrina nel suo tempo , ma anche un patrono dei poveri e dei sofferenti, particolarmente vicino ai deboli e ai poveri”. Il presule ha sottolineato della figura del Patavino quella che ha chiamato “una dimensione laica del suo servizio. Una laicità diversa dall’accezione di oggi, ma che si riferisce a quella condizione che ti fa stare in mezzo al popolo, ti fa essere parte di quel popolo sapendo che quella umanità di cui fai parte ha bisogno di sapienza”.  E proprio la sapienza – ha rimarcato Parisi – “è la parola che il cristianesimo può dire al nostro mondo, alla nostra storia, alla nostra umanità. A volte c’è qualcuno che si oppone con supponenza ritenendo che il cristianesimo non possa dire una parola al nostro tempo: si alzano barriere e ad alzarle sono quelli che non conoscono. La sapienza è ciò che S. Antonio ha annunciato con la sua parola e la sua vita:  ha detto all’uomo che la sua grandezza sta nella sua vera umanità. L’uomo è vero quando sa di essere pienamente uomo. Gesù si è incarnato per dirci che questa nostra esistenza umana è capace di essere toccata dalla scintilla del mistero di Dio. Ecco la sapienza: un uomo che non è rivolto solo verso sé stesso, verso il successo, verso la brama di potere.  Cristo dice all’uomo di vivere all’altezza di quel Mistero che Dio ha voluto regalare ad ognuno di noi”. “E’ l’augurio – ha concluso Parisi – che in questo giorno di festa rivolgo a tutti voi: agli amministratori, alle Forze dell’Ordine, a ognuno di noi. Ciascuno, dal proprio angolo prospettico di servizio, deve contribuire a questo progetto di umanità. Nel nome di S. Antonio, vorrei augurare a tutti voi di avere uno sguardo capace di dare saggezza alla vita. E la saggezza è la vita vera dell’uomo”. The post Antonio da Padova si è messo nella condizione dell’umiltà e della povertà per annunciare il Mistero di Dio first appeared on Lamezia Nuova.

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Il Codex Purpureus Rossanensis nella critica testuale del Nuovo Testamento

Il ruolo del Codex Purpureus Rossanensis nella critica testuale del Nuovo Testamento e la diffusione del testo greco dei vangeli in Calabria a partire dal VI secolo d.C.. Questo il filo conduttore della riflessione biblica che il vescovo, monsignor Serafino Parisi, ha fatto ieri in occasione dello “sfoglio” del Codex Purpureus di Rossano insieme ad una spiegazione iconografica, liturgica e teologica delle due scene della comunione degli apostoli al pane e al calice “consegnati” da Gesù, altare, agnello e sacerdote, colui che offre, viene offerto e che distribuisce il dono. All’incontro, che si è svolto nella suggestiva cornice del centro storico di Rossano e che ha rappresentato un momento di altissimo valore simbolico, storico e spirituale, erano presenti, tra gli altri, i Vescovi calabresi ed autorità civili e militari. L’evento “sfogliando il Codex”, infatti, si è inserito all’interno della sessione estiva della Cec ospitata quest’anno dall’Arcidiocesi di Rossano-Cariati. Dell’antico evangelario greco miniato del VI secolo, riconosciuto Patrimonio mondiale dell’umanità dall’Unesco, opera d’arte sospesa nel tempo, si è potuto ammirare la miniatura della “Comunione degli apostoli” quale segno di Comunione, fraternità e condivisione, sentimenti che animano gli stessi lavori della Cec con il richiamo evocativo dei 12 apostoli come sono i 12 vescovi calabresi che, accompagnati dall’arcivescovo di Rossano, monsignor Maurizio Aloise, sono stati accolti nel chiostro dal direttore del museo e vicario generale, don Pino Straface, e dal sindaco di Corigliano, Rossano Flavio Stasi, che ha portato ai vescovi il saluto della città, felice di poterli ospitare. La miniatura scelta è stata illustrata nella sala del Codex dalla vice direttrice del museo, Cecilia Perri, che ha anche spiegato la genesi del Codex, la sua storia e il percorso seguito per diventare patrimonio Unesco. All’illustrazione storico artistica è seguita la riflessione biblica di monsignor Parisi ed a sfogliare materialmente le pagine color porpora del Codex sono stati i tre vescovi metropolitani, monsignor Fortunato Morrone (Reggio Calabria-Bova), monsignor Giovanni (Cosenza-Bisignano) e monsignor Claudio Maniago (Catanzaro – Squillace). I presenti hanno potuto ammirare da vicino una delle straordinarie miniature del manoscritto, capaci di fondere in un unico sguardo la sacralità del testo evangelico, la raffinatezza dell’arte bizantina e la secolare tradizione di fede che caratterizza la terra calabra. Le miniature e la storia stessa del Codex hanno suscitato interesse e riflessione nei vescovi che hanno manifestato attenzione ed emozione dinanzi al messaggio immortale che porta con sé la Parola. Un momento di profonda comunione e bellezza, capace di unire la memoria storica alla programmazione pastorale delle nostre diocesi. Il momento, ha segnato il primo giorno di lavori della sessione estiva dei Vescovi, uniti in un clima di confronto, preghiera e sinodalità. Saveria Maria Gigliotti The post Il Codex Purpureus Rossanensis nella critica testuale del Nuovo Testamento first appeared on Lamezia Nuova.

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“Il corpo di Cristo è corpo donato per amore e la vita piena del Cristiano si realizza quando è donata per gli altri”

“Quando noi mangiamo quel pane e beviamo quel calice, stiamo mettendo dentro la nostra esistenza la logica stessa di Dio che è quella della comunione, dell’amore che si realizza pienamente quando non è trattenuto per sé, ma è invece consegnato agli altri”. Questo uno dei passaggi centrali dell’omelia che il vescovo, monsignor Serafino Parisi, ha pronunciato ieri sera nel corso della Santa Messa per la solennità del Corpus Domini. “Un amore – ha aggiunto il Vescovo – che non viene da me, ma è un amore che mi supera, mi investe e coinvolge anche gli altri. Ecco l’Eucarestia: ringraziare il Signore perché mette dentro la nostra carne, ci fa metabolizzare, il corpo di Cristo che è un corpo donato per amore” in quanto “la vita piena del Cristiano si realizza quando è donata per gli altri” ed “alla fine della vita si ricorderanno di noi per qualche cosa, ma non dimenticheranno mai i segni della comunione, della carità, dell’amore condiviso. Non ci dimenticheranno mai. In fondo, Gesù lo ricordiamo per la morte che è vita donata e la resurrezione che è vita piena, condivisa”. “Io, allora – ha proseguito monsignor Parisi -, auguro a tutti noi di poter vivere così l’Eucarestia, la messa, la comunione: come impegno a soddisfare, in chi ne ha bisogno anche la fame nel corpo, ma non solo quella. C’è quella fame di dignità, di giustizia, di carità, di amore di pace che tutti noi dobbiamo impegnarci ad accogliere ed a non trattenere per noi, ma donare agli altri. E la santa Messa, l’Eucarestia è il mistero della comunione”. Partendo dalla parola “pane” presente nelle letture del giorno, nella sua riflessione, monsignor Parisi, ha sottolineato che “anche per noi ‘pane’ non è soltanto l’indicazione di quel cibo che non può mai mancare sulle nostre mense. Il pane è una parola evocativa perchè richiama il frutto del lavoro, dell’impegno, del sacrificio”. Da qui l’interrogativo: “Verso quale orizzonte di vita, verso quale senso della vita noi ci incamminiamo? Perché – ha detto ancora il Vescovo – c’è un pane che soddisfa soltanto una dimensione che è fondamentale, importante, ma è il minimo che una vita chiede e noi sappiamo che oggi c’è gente che ancora urla per avere il minimo della vita, il pane, proprio quello materiale, ma c’è bisogno anche di un altro pane: ‘Il pane vivo e vero è il mio corpo dato per voi’”. “Sangue versato e corpo donato – ha detto monsignor Parisi – dicono che noi dobbiamo fare la comunione perché ci nutriamo di quel corpo che non soddisfa soltanto gli spasmi della fame, come per alcuni accade, ma soddisfa anche quella voglia di senso, quel di più che noi gridiamo con la nostra vita e dobbiamo anche gridare per la vita di tutti perché quella comunione ad una vita piena eterna, segno dell’eternità di Dio, possa essere la vita vera e condivisa”. Da qui l’interrogativo: “Quale vita vogliamo vivere: quella semplicemente prosaica della quotidianità, che tutti quanti dobbiamo necessariamente interpretare ed affrontare? Oppure c’è anche altro perchè ‘non di solo pane vive l’uomo’”? Al termine della Santa Messa, celebrata nel santuario di Sant’Antonio, alla presenza di associazioni di volontariato che si occupano di assistenza agli ammalati ed alle persone fragili, autorità civili e militari, è partita la processione che ha attraversato alcune strade cittadine prima di giungere in Cattedrale dove, prima di impartire la benedizione, monsignor Parisi ha voluto ringraziare i presenti ed il “Signore per la testimonianza che ci ha dato da vivere per alcune strade della nostra città a voler significare che in ogni strada, in ogni via, in ogni quartiere, in ogni casa, in ogni famiglia della nostra città, della nostra Diocesi, di tutto il nostro territorio non deve mai mancare questo pane lievitato con segni di eternità perché questo è il pane vivo che sfama la fame vera dell’uomo”.     Saveria Maria Gigliotti The post “Il corpo di Cristo è corpo donato per amore e la vita piena del Cristiano si realizza quando è donata per gli altri” first appeared on Lamezia Nuova.

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Con la luce della carità riconosciamoci tutti come fratelli

  “La forza del cristianesimo la vediamo in ciò  che S. Francesco di Paola ha detto e ha fatto:  “dovete agire per il perdono, non ricordare il male ricevuto”. Tutto questo deve essere il principio di costruzione di un’umanità nuova, che ha come luce la Charitas, la Carità. Con la luce della carità possiamo riconoscerci con gli altri non nemici, non avversari, nemmeno stranieri, ma soltanto fratelli. Se facciamo davvero riferimento a S. Francesco e se vogliamo prendere sul serio il Vangelo, siamo chiamati a vivere in questa realtà e a riconoscerci con l’altro come fratelli: non c’è un’altra parola, non c’è un altro Vangelo, non c’è un’altra Chiesa”. Così il vescovo di Lamezia Terme mons. Serafino Parisi che ha presieduto la celebrazione eucaristica in occasione della festa patronale di S. Francesco di Paola a Lamezia Terme Sambiase. Durante la celebrazione, come ogni anno, il sindaco Mario Murone a nome della città ha acceso il cero votivo e consegnato le chiavi al Santo Paolano. E proprio partendo da questi due gesti, il vescovo di Lamezia ha rimarcato che “si tratta di due gesti simbolici che esprimono due insegnamenti che ci vengono dalla vita, dalla testimonianza, dal pensiero di S. Francesco di Paola per migliorare la qualità della nostra presenza di cristiani nel mondo e nella storia. Consegnare la chiava o accendere il cero non sono gesti scaramantici, magici, quasi a voler liberarsi da una responsabilità e dire: “io la mia parte l’ho fatta, adesso tocca a te…”. Il Signore non supplisce le nostre deficienze, le nostre mancanze, la nostra progettazione non orientata, il nostro sguardo ridotto. Non è così. Lungi da noi una visione così della fede cristiana. Per il principio dell’Incarnazione, il Signore è venuto nella storia per mettere dentro l’umanità ì una scintilla di eternità, la forza divina del Lògos. Consegnare la chiave è, dunque, l’apertura della vita dell’uomo al mondo, alla bellezza della creazione, a scoprire dentro la nostra vita la grandezza dell’umanità di cui siamo portatori. Da San Francesco di Paola dobbiamo continuamente apprendere la capacità di perdonare, di non ricordare il male ricevuto e quindi costruire relazioni fraterne tra di noi”. “Il mistero di Dio – ha proseguito il presule –  come ci ricorda il Vangelo che abbiamo ascoltato, è stato nascosto ai sapienti e ai dotti ed è stato rivelato ai piccoli. E quale è la riconoscibilità del volto del Figlio di Dio dentro la storia dell’umanità? La Croce. La logica della Croce: nessuno ha un amore più grande di chi dona la vita per i propri amici. Stare nel mondo con la forza del Vangelo che è la Croce, ci chiama a diventare responsabili della vita, della storia e del futuro degli altri.” Dal presule l’augurio “di una speranza concreta, che è quella che viene dalla carità. La carità è generativa perché dà concretezza alla speranza e mostra la fede. La concretezza della speranza, che vorrei augurare a tutti voi per questa festa di S. Francesco, è quella che Isaia ci ha descritto nella prima lettura: una strada che attraversa il deserto, il grido della speranza, un popolo disperato dentro la schiavitù della deportazione che inizia a intravedere la speranza costruendo giorno per giorno relazioni vere, rapporti di pace, comunione e fraternità. Soltanto costruendo così la città degli uomini scopriremo che la civitas ha un avvenire e questa è la chiave e la luce per il nostro impegno di credenti. S. Francesco ci ispiri con la sua storia e la sua testimonianza”. Salvatore D’Elia   The post Con la luce della carità riconosciamoci tutti come fratelli first appeared on Lamezia Nuova.

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“Il bene comune sia la bussola del vostro operato”

Nell’augurare buon lavoro ai sindaci neoeletti o riconfermati alla guida dei Comuni di Gizzeria (Francesco Argento), Martirano Lombardo (Franco Rosario Pucci) e Serrastretta (Mario Cianflone), auspico che le loro amministrazioni abbiano come bussola del loro operato il bene comune. Come ci ricorda Papa Leone XIV nella lettera enciclica “Magnifica Humanitas”, “il Concilio Vaticano II ha affermato che il bene comune consiste nell’ ‘insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente’. Questa definizione ci offre un primo orientamento prezioso, perché il bene comune non si lascia ridurre a un semplice elenco di condizioni o di istituzioni. Non coincide con la somma dei vantaggi dei singoli, né con l’incrocio dei loro interessi particolari; è un bene più grande, che appartiene a tutti, e che solo insieme si può costruire, accrescere e custodire. Possiamo dire che l’agire sociale raggiunge la sua pienezza quando tende a questo bene condiviso, così come l’agire morale della persona trova compimento nella scelta del vero bene”. Impegno nella realizzazione del bene comune che sollecito anche a chi, dall’opposizione, sarà chiamato a vigilare sull’operato di chi governa il territorio diventando pungolo ma anche strumento costruttivo per lo sviluppo e la crescita di queste nostre realtà, mettendo da parte interessi personali e posizioni precostituite. Questo, soprattutto, in considerazione del fatto che, come scrive ancora Papa Leone, “è la ricerca del bene comune che dà vita a un popolo, inteso non come semplice somma di individui, ma come realtà viva in cui le persone imparano a riconoscersi legate le une alle altre e corresponsabili della res publica. In questo senso, ogni persona contribuisce a costruire il proprio popolo con ‘un lavoro lento e arduo che esige di volersi integrare e di imparare a farlo fino a sviluppare una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia’. Lavorare insieme alla ricerca del bene di tutti significa avere un progetto condiviso. È evidente che tra le diverse persone ci sono molte differenze ideologiche e pragmatiche, ci sono interessi diversi e frequenti contrasti, ma ciò non vuol dire che sia impossibile un percorso di dialogo per configurare una base di consenso che permetta di costituire un progetto per tutti e di camminare insieme”. + Serafino Parisi, Vescovo The post “Il bene comune sia la bussola del vostro operato” first appeared on Lamezia Nuova.

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Il Vescovo ha consegnato il mandato ad educatori e animatori dei Grest

  “Come animatori, catechisti e responsabili siamo chiamati con la forza dello Spirito Santo a rompere tutti quei muri, quegli steccati, che ci impediscono di dialogare, di relazionarci, di costruire la fraternità con gli altri”. Così il vescovo, monsignor Serafino Parisi concludendo l’incontro “Bella fra!” nel corso del quale è stato dato il mandato ad animatori ed educatori dei Grest che, a breve prenderanno il via nelle parrocchie della Diocesi, sollecitando i presenti a “rompere tutte queste cose per costruire una rete di relazioni belle, apicali, fraterne, comunionali”. “Quando si fa il Grest ci si diverte – ha poi sottolineato il Vescovo – e questo divertimento deve essere un’occasione per annunciare il Vangelo” che vuol dire partire da ciò che Gesù ci ha detto: “amarci e favorire tra di noi l’amore e la comunione ed io vi auguro che, dandovi questo mandato, voi possiate essere proprio coloro che dalla forza dello Spirito Santo attraverso il gioco, la danza, il canto, possiate dire ai ragazzi che c’è un modo diverso di stare insieme perché nello stesso metro quadrato due persone possono farsi la guerra, ma le stesse due persone, in quello stesso metro quadrato, possono anche abbracciarsi. E, allora, dobbiamo dire che c’è un altro modo di stare insieme che è giocando nella gioia e nella fraternità” che è altro dall’inimicizia, dall’odio, dalle divisioni e dalle guerre, e “voi diventate missionari di questo: ricevete questo mandato e questo è il Vangelo che dovete annunciare nella forza dello Spirito Santo”. Quindi, nel fare riferimento alla solennità della Pentecoste monsignor Parisi, tra le altre cose, ha parlato di “occasione che viene data a noi per celebrare la forza, la potenza, la dinamicità del grande protagonista della storia della Chiesa che è lo Spirito Santo” che “rende possibile la costruzione delle relazioni tra di noi”. L’incontro, che come ha detto don Antonio Brando, direttore dell’Ufficio catechistico, “è stato fortemente voluto dal Vescovo e per la prima volta si è svolto nella nostra Diocesi”, si è concluso con la consegna del Tau quasi a voler creare un legame con il Poverello di Assisi: “Nell’ottavo centenario della morte di San Francesco – hanno infatti spiegato gli organizzatori – ad accompagnare questo momento è stata proprio la sua figura, caratterizzata da quella felicità che viene dal Vangelo, capace di segnare la storia del mondo e della Chiesa con la sua umiltà e la sua indole rivoluzionaria”. Ed in questo senso il titolo dato alla manifestazione “Bella fra!” ha preso spunto “dal saluto dei più giovani, da un modo fraterno di battersi il pugno, di darsi la mano che dice di una gioia nel rivedersi, nel ritrovarsi, nello stare insieme. E questo è stato quello che abbiamo voluto dirci tra noi, oggi, contenti di vivere un’esperienza di fraternità e desiderosi di dire anche a san Francesco, facendolo diventare compagno di avvenuta, fratello!”. “È dall’esperienza – hanno concluso gli organizzatori – che si impara davvero! Abbiamo vissuto un momento di comunione: ciascuno di noi si è sentito parte viva di questo momento pur mantenendo la propria individualità, in senso lato l’appartenenza al proprio gruppo, alla propria associazione, alla propria parrocchia. A guidarci c’era qualcuno che rappresentava ogni gruppo partecipante, a rendere visivamente l’idea che tutti noi siamo parte di un unico popolo, di un’unica comunità che è la Chiesa”. Un momento condivisione, quindi, per tutti coloro che accompagnano ed accompagneranno i ragazzi nel cammino della fede, che, organizzato dagli uffici diocesani di Pastorale giovanile e catechistico, ha rappresentato un pomeriggio di festa ospitato davanti al sagrato del Santuario della Madonna di Dipodi a Feroleto Antico con il coinvolgimento di ragazzi e ragazze provenienti da varie parrocchie della Diocesi. Saveria Maria Gigliotti The post Il Vescovo ha consegnato il mandato ad educatori e animatori dei Grest first appeared on Lamezia Nuova.

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